Tre giorni di confronto tra sei Paesi produttori, tra cali produttivi diffusi e il modello della Pera IGP dell’Emilia-Romagna
Tre giorni di lavori, sei Paesi attorno allo stesso tavolo e un dato che pesa più di ogni discorso: la produzione italiana di pere nel 2025 si è fermata a 293 mila tonnellate, ventisette per cento in meno rispetto all’anno precedente. È questo il numero attorno a cui ha ruotato Interpera 2026, il congresso internazionale sulla pericoltura che si è chiuso venerdì 26 giugno a Ferrara dopo tre giornate di confronto tra produttori, tecnici ed esperti europei. L’evento, organizzato da CSO Italy per conto di Areflh con UNAPera come special partner, ha riunito delegati da Italia, Belgio, Olanda, Francia, Spagna e Portogallo.
Un comparto che si restringe
I numeri presentati dalla direttrice di CSO Italy, Elisa Macchi, dicono che il settore si è ridimensionato in modo netto. Dieci anni fa il potenziale produttivo europeo sfiorava i 2,4 milioni di tonnellate; nel 2025 si è fermato a circa 1,8 milioni, per la contrazione delle superfici coltivate e per le difficoltà legate a clima e fitopatie.
Fino al 2018 l’Italia pesava in modo decisivo sullo scenario continentale. Dopo quella data la geografia produttiva è cambiata, con Belgio e Paesi Bassi cresciuti fino a guadagnare terreno. La produzione italiana, un tempo sopra le 700 mila tonnellate di media, oggi è meno della metà.
Sul fronte dei mercati, Macchi ha segnalato una differenza marcata nella propensione all’export tra i Paesi produttori: Polonia 97%, Olanda 86%, Belgio 85%, Portogallo 58%, Spagna 38%. L’Italia si ferma al 14%, anche per il peso del mercato interno. Nonostante il calo dell’offerta, l’export europeo ha tenuto, con una flessione contenuta.

Le cinque priorità di Mammi
Ad aprire la sessione dedicata agli scenari di filiera è intervenuto l’assessore all’Agricoltura della Regione Emilia-Romagna, Alessio Mammi, che ha indicato cinque priorità per il rilancio del comparto: investire in tecnologie e frutteti resilienti, lavorare sulla qualità in campo e in conservazione, rafforzare la promozione, difendere l’Ocm nella futura Pac e chiedere reciprocità nei rapporti commerciali con i Paesi terzi.
«Abbiamo bisogno di una Politica agricola comune senza tagli e non divisiva», ha detto Mammi, ricordando il valore sociale ed economico di una coltura colpita negli ultimi anni da quella che ha definito una «tempesta perfetta» di emergenze fitosanitarie, siccità e alluvioni.
La Pera IGP come modello
Tra i pochi segnali positivi della tre giorni ferrarese c’è la Pera dell’Emilia-Romagna Igp. Alberto Garbuglia, del comitato direttivo di UNAPera, ha riferito che nel 2025 i volumi commercializzati a marchio certificato sono cresciuti di circa il 50% rispetto alla campagna precedente, mentre la superficie certificata ha raggiunto circa 3.150 ettari, quasi il 30% di quella regionale investita a pero. Dieci anni fa gli ettari certificati erano meno di 700.
Per Luca Pagliacci, coordinatore marketing di UNAPera, la strada per il rilancio passa anche dalla comunicazione: raccontare la pera non più come frutto secondario e occasionale, ma come alimento leggero e salutare, adatto a tutte le età, con margini di crescita nel canale HoReCa, dalla ristorazione tradizionale ai nuovi format.
Sul fronte della commercializzazione, Manuel Manfredi di UNAPera ha descritto un mercato comunque contratto, con un calo del 27% rispetto alla campagna precedente, penalizzato dalla maggiore disponibilità di prodotto nei Paesi competitor e da prezzi più aggressivi.

Le stime sulla prossima campagna
Guardando alla campagna 2026/2027, le previsioni restano in larga parte negative: in Belgio si attendono circa 363.875 tonnellate, in calo del 7%; in Francia circa 143 mila tonnellate, meno 6%; in Spagna 100.572 tonnellate, anch’esse in calo del 6%. Fa eccezione il Portogallo, che dovrebbe arrivare a 130.500 tonnellate, con un incremento del 13%. Per l’Italia le indicazioni restano caute: la produzione appare al momento superiore rispetto al 2025, ma con situazioni territoriali molto differenziate e senza una stima definitiva.
Il bilancio di CSO Italy
Il presidente di CSO Italy, Paolo Bruni, ha chiuso i lavori ricordando il ruolo storico di Ferrara, «la città che un tempo non lontano è stata la capitale della pera italiana ed europea». Dal 2019, ha aggiunto, il comparto ha dovuto affrontare criticità che ne hanno ridotto fortemente il potenziale produttivo, pur restando l’Italia tra i principali Paesi produttori europei insieme a Belgio e Olanda.
«La pera ancora oggi si conferma la prima specie frutticola in Emilia-Romagna», ha sottolineato Bruni, indicando in ricerca e innovazione le leve per un futuro rilancio del settore. Resta da vedere se basteranno, di fronte a un calo produttivo che in sette anni ha più che dimezzato i volumi italiani.
