Cinque specie, metodi di pesca e quote Iccat: una guida per orientarsi tra etichette e sostenibilità sulle tavole italiane
Sei italiani su dieci portano il tonno in tavola almeno una volta alla settimana, eppure più della metà delle varietà più vendute al mondo proviene da pescate non sostenibili. Il paradosso è reale: il pesce più popolare delle dispense italiane — 2,36 kg pro capite l’anno secondo i dati Istat 2024 — è anche uno di quelli per cui sbagliare la scelta pesa di più.
Il problema non è il tonno in sé. Sotto quel nome convivono cinque specie diverse, catturate con metodi che vanno dalla lenza a mano alle reti pelagiche di chilometri, in mari con stati di salute opposti. I marchi fuorvianti sulle etichette e un sistema di quote internazionali che in Italia genera tensioni ogni stagione completano un quadro tutt’altro che semplice.

Cinque specie, cinque storie diverse
Il tonno pinna gialla (Thunnus albacares) e il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis) — quest’ultimo venduto come «tonno chiaro» o «light» — sono le specie più comuni nelle conserve. Il tonnetto costituiva il 57% del raccolto globale nel 2023 e le sue popolazioni sono in buona salute nelle acque atlantiche e pacifiche. È il punto di partenza più sicuro per chi vuole fare una scelta consapevole.
L’alalonga (Thunnus alalunga), il «tonno bianco» delle etichette premium, ha popolazioni sane nell’Atlantico e nel Pacifico, ma è sovrasfruttata nell’Oceano Indiano. La regola vale anche per il pinna gialla: atlantico e pacifico vanno bene, indiano no.
Il tonno obeso o bigeye (Thunnus obesus) è la stella del sushi di fascia alta — carne rossa, grassa, pregiata — ma arriva quasi sempre da pescate problematiche. Greenpeace lo ha inserito nella sua lista rossa nel 2010. A meno di avere informazioni certe sulla provenienza, è più semplice evitarlo.
Il re del Mediterraneo e il sistema delle quote
Il tonno rosso (Thunnus thynnus) è la specie che riguarda più da vicino l’Italia. Nei decenni scorsi è stato pescato fino a sfiorare l’estinzione: negli anni Novanta l’Iccat, la Commissione internazionale per la conservazione dei tonni atlantici, ha introdotto quote obbligatorie che hanno consentito agli stock di recuperare.
Per il 2026, il Ministero dell’Agricoltura ha assegnato all’Italia un contingente di 6.182 tonnellate, in aumento di quasi 900 rispetto alle 5.283 del 2025 — il risultato della riunione Iccat di Siviglia del novembre 2025. L’Italia è il terzo Paese europeo per quota, dopo Francia e Spagna. Il 90-95% del tonno rosso pescato nel Mediterraneo finisce sui mercati asiatici, in particolare in Giappone, dove il prezzo al chilo può essere molte volte superiore a quello del mercato locale.

In Sardegna sopravvivono le ultime due tonnare fisse del Mediterraneo, a Carloforte e Portoscuso. Nel 2025 avevano una quota congiunta di 342,9 tonnellate, sufficiente a mantenere viva la tradizione, ma non la redditività, secondo gli operatori. Le due realtà hanno stretto nel 2023 un accordo di collaborazione per promuovere un marchio comune.
Il metodo di pesca conta più della specie
La specie è solo metà della valutazione. L’altro parametro — spesso più decisivo — è come il pesce è stato catturato.
I Fad (Fish Aggregating Devices) sono oggetti galleggianti artificiali che attirano banchi di pesce in acque profonde. Sono efficienti, ma catturano tutto ciò che nuota nelle vicinanze: tartarughe, squali, razze, pesci fuori quota. Quando alla deriva escono dalle zone di pesca autorizzate, diventano «reti fantasma» che si impigliano nei fondali o sulle spiagge di isole remote.
La pesca con lenza o con canna e lenza (pole-and-line, troll) è selettiva: si cattura un pesce alla volta, la specie è identificabile con certezza, il bycatch (pesca di pesci diversi dal tonno) è minimo. È il metodo preferito dalle guide di sostenibilità internazionali.
Il palangaro a deriva — lunghe lenze con centinaia di ami — è usato per l’alalonga e il tonno rosso, ma cattura anche specie protette, in particolare nell’Oceano Indiano. I palangari tradizionali italiani, con ami più grandi e profili di pesca storicamente documentati, hanno una reputazione migliore.
Come leggere l’etichetta
Dal 2014 il regolamento Ue obbliga tutti i produttori a indicare sulla confezione la specie ittica — con nome commerciale e scientifico — e la zona di pesca secondo la codifica Fao. Le zone indicate con i codici 71, 77, 81 e 87 corrispondono all’Oceano Pacifico occidentale e centrale, le più sicure per tonnetto striato e alalonga; i codici 51 e 57 segnalano l’Oceano Indiano, zona da evitare per via dello stato critico degli stock e della gestione lacunosa delle flotte.
Alcune confezioni riportano anche il metodo di pesca. Le diciture da cercare sono «pescato a canna» o «pesca con reti a circuizione su banchi liberi» (ossia senza Fad): indicano sistemi selettivi che riducono le catture accidentali di altre specie. Quando invece si legge «reti a circuizione» senza ulteriori specifiche, o «palamiti» e «palangari», il rischio di bycatch è sensibilmente più alto.
L’indicazione «senza Fad» o la sigla «Fad-free» — ormai entrata nell’uso anche sulle etichette italiane — è un segnale positivo, ma non sufficiente da sola: conta anche la zona di pesca e lo stato dello stock. «Dolphin safe», al contrario, non dice nulla sulla sostenibilità complessiva della pesca.
Il marchio Msc (Marine Stewardship Council) è la certificazione di terza parte più diffusa in Italia: il consumo di tonno certificato Msc nel Paese è cresciuto del 311% in quattro anni, superando le 15.000 tonnellate, con oltre 200 referenze disponibili. Vale la pena sapere, però, che l’organizzazione Foodwatch ha contestato la certificazione Msc su alcune flotte operanti nell’Oceano Indiano, sostenendo che il marchio copra anche pescate con alto bycatch di specie protette. Il marchio blu rimane un riferimento utile, ma non esime dal verificare la zona Fao in etichetta. In alternativa, è presente sulle scatolette di alcuni marchi italiani anche il bollino Friend of the Sea, che applica criteri analoghi. Asdomar, Rio Mare e i marchi propri di alcune insegne della grande distribuzione (Esselunga, Conad, Coop) hanno linee certificate o con indicazione esplicita del metodo di pesca.

Il mercato italiano nel 2024
Il settore conserviero ha chiuso il 2024 con un calo del 4% a volume nelle vendite al dettaglio, ridotto allo 0,6% se si contano le confezioni effettive vendute — l’industria ha risposto all’inflazione con formati ridotti, mantenendo le percentuali minime di tonno previste per legge: 65% per il prodotto sott’olio, 70% per quello al naturale. Il valore di mercato è invece salito dell’1,5%, a 1,65 miliardi di euro. Le esportazioni hanno guadagnato il 9,57% rispetto al 2023, arrivando a 30.600 tonnellate.
L’industria conserviera italiana è la seconda in Europa per produzione e consumo, dopo la Spagna. Dai residui di lavorazione — circa il 57-59% del peso del pesce — vengono ricavati farine e oli per mangimi, collagene per cosmetici e integratori, materiali per bioenergia. Niente viene scartato.
Tre regole pratiche
Chi vuole orientarsi senza leggere ogni etichetta può seguire criteri semplici. Primo: preferire il tonnetto striato o l’alalonga di provenienza atlantica o pacifica — zone Fao 71, 77, 81 — evitando quello dell’Oceano Indiano (zone 51 e 57). Secondo: cercare le diciture «pescato a canna» o «senza Fad» sulla confezione, oppure il marchio Msc o Friend of the Sea, tenendo d’occhio comunque la zona di pesca. Terzo: diffidare del tonno rosso fresco nei ristoranti a meno che non sia indicata la provenienza certificata — la probabilità che arrivi da una pescata fuori quota, in un sistema che sconta controlli ancora insufficienti, non è trascurabile.
Il tonno rosso nel piatto di un sushi bar italiano quasi certamente non viene dal Mediterraneo. Quello che si trova nel Mediterraneo, nella quasi totalità dei casi, prende la rotta per il Giappone.
