Difesa delle colture: l’ortofrutta cerca nuove strade

A Macfrut 2026, il convegno CSO Italy-Zespri: meno fitofarmaci, più ricerca, filiera e distribuzione a confronto sulle alternative

Quella mela, quella pesca, quel kiwi nel sacchetto: arrivano sullo scaffale dopo un percorso che, negli ultimi anni, è diventato molto più complicato di quanto sembri. Non solo per il clima, che cambia i calendari delle stagioni e porta nuovi parassiti. Ma perché l’elenco dei prodotti che gli agricoltori possono usare per proteggere le piante si restringe, e le alternative non sono ancora pronte per prendere il loro posto.

È questo il nodo che negli scorsi giorni, durante l’ultima edizione di Macfrut, la fiera dell’ortofrutta di Rimini, ha tenuto impegnati per ore ricercatori, funzionari ministeriali, produttori e rappresentanti della grande distribuzione. Il convegno, organizzato da CSO Italy e Zespri, si chiamava “Tra regole e innovazione: il futuro della difesa delle colture in Italia e in Europa”: un titolo tecnico per un problema che riguarda chiunque faccia la spesa.

Convegno CSO al Macfrut
Convegno CSO al Macfrut

Meno prodotti, stesse piante da proteggere

L’Unione Europea sta progressivamente ritirando l’autorizzazione a molte sostanze fitosanitarie, i cosiddetti fitofarmaci usati per combattere insetti, funghi e malattie delle piante. L’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale e i residui nei cibi. Il problema è che le alternative — piante più resistenti grazie alle biotecnologie, insetti “buoni” che tengono a bada quelli dannosi, nuove tecnologie di difesa — richiedono anni di ricerca e validazione prima di poter essere usate su scala.

Nel frattempo, i coltivatori si trovano a fare i conti con mezzi sempre più limitati. Alberto Cavazzini, direttore scientifico del Crea, l’ente pubblico che coordina la ricerca agricola in Italia, ha messo in chiaro che lo sviluppo tecnologico è indispensabile, ma non si brucia. Servono tempi di ricerca adeguati e dati solidi prima di portare qualcosa nei campi.

Il paradosso europeo che finisce nel carrello

C’è però una stortura che pochi conoscono e che pesa sui prezzi. Marco Salvi, presidente di Fruitimprese, l’associazione delle imprese di import-export ortofrutticolo, l’ha descritta senza giri di parole: prodotti coltivati in altri Paesi dell’Unione Europea, con sostanze attive che in Italia non sono consentite, possono circolare liberamente sul mercato comune. Frutta straniera prodotta con strumenti che al coltivatore italiano sono vietati, venduta sugli stessi scaffali.

Il risultato è una competizione sbilanciata che si riflette sui costi di produzione italiani e, alla fine, su quello che il consumatore paga o non trova più al mercato.

Frutta al supermercato
Frutta al supermercato

Cosa vuole davvero chi compra

Su questo punto è intervenuto Claudio Mazzini di Coop Italia, che ha portato la prospettiva di chi la frutta la vende agli italiani ogni giorno. La domanda di prodotti con meno residui chimici esiste ed è in crescita. Ma Mazzini ha messo in guardia da una semplificazione diffusa: la sostenibilità ambientale non può tradursi in scaffali vuoti o prezzi fuori portata per molte famiglie.

La distribuzione è disponibile a collaborare con i produttori per accompagnare la transizione, ha detto, ma a patto che i costi vengano condivisi lungo tutta la filiera e non scaricati solo sull’agricoltore o solo sul consumatore finale.

Il kiwi e l’insetto venuto dall’Asia

La seconda parte del convegno si è concentrata su una coltura che racconta bene le difficoltà in corso: il kiwi. Da anni i frutteti italiani devono fare i conti con la cimice asiatica (Halyomorpha halys), un insetto arrivato dall’Asia che devasta i raccolti e contro cui gli insetticidi tradizionali funzionano poco. Per chi compra kiwi italiani, questo si è già tradotto in prezzi più alti e disponibilità ridotta in alcuni periodi.

I ricercatori dell’Università di Bologna e dell’Università Politecnica delle Marche, intervenuti al convegno moderato da Irene Donati di Zespri, hanno presentato i risultati del lavoro sul controllo biologico — cioè l’uso di altri insetti o microrganismi che attaccano la cimice — e su una tecnologia di nuova generazione chiamata RNA interference. Questa tecnica agisce sull’espressione genica dei parassiti senza lasciare residui chimici nelle piante. I risultati preliminari sono incoraggianti, ma l’applicazione su scala commerciale richiede ancora diversi anni.

Quello che non si vede sull’etichetta

Per chi riempie il carrello, il messaggio che emerge da Macfrut è questo: la frutta e la verdura italiane che arrivano sulle tavole sono il risultato di un equilibrio precario. Le norme cambiano, la ricerca corre ma non abbastanza veloce, il mercato premia la sostenibilità ma non sempre è disposto a pagarla davvero.

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