A 80 anni, il vigneron di Col San Martino riporta in bottiglia il Pinot Nero. Seimila esemplari per celebrare quattro decenni di lavoro
Ottant’anni e non dimenticare. Graziano Merotto ha atteso quarant’anni per tornare alle origini, a quel Metodo Classico da Pinot Nero che negli anni Ottanta produceva quasi per sé, con poche bottiglie destinate agli amici più stretti. Oggi quel vino torna con il Rosé Pas Dosé 2022, poche migliaia di bottiglie che sanno di bilancio e di memoria, ma anche di sfida per un territorio che ha fatto del Prosecco il suo nome nel mondo.
Una scelta controcorrente
La nuova referenza è prodotta in 6.000 bottiglie e alcuni grandi formati, e l’etichetta, dedicata a Rossella, compagna di vita e di lavoro, reca in trasparenza la desinenza del suo nome. Un dettaglio che trasforma il vino in qualcosa di più personale, quasi intimo. Merotto non realizzerà il millesimo 2023 poiché l’annata non ha mostrato le condizioni ideali, ma tornerà nel 2024 con un Metodo Classico bianco ottenuto da Pinot Bianco, Pinot Nero e una piccola quota di Riesling.

La scelta è chiara: solo le vendemmie migliori. Il Metodo Classico di Merotto non sarà una produzione costante, ma un progetto che si alterna tra versione bianca e rosata a seconda delle annate. Una filosofia che privilegia la qualità alla quantità, in controtendenza rispetto ai volumi del Prosecco.
Le colline di Col San Martino
Graziano Merotto nasce qui, a Col San Martino, un borgo rurale tra prati e pendii ancora lontano dai fasti che avrebbe raggiunto diventando fulcro della futura produzione di bollicine. Col San Martino, frazione di Farra di Soligo, sorge lungo il torrente Raboso, addossata alle pendici delle colline che delimitano a nord il Quartier del Piave.
Nella parte occidentale dell’area, dove si trovano Farra di Soligo e i vigneti di Merotto, i ghiacciai non erano presenti e il suolo mantiene la sua antica origine marina, caratterizzato da marna e arenaria filtrante a profondità più ridotte. Terreni che conferiscono al Prosecco freschezza e mineralità, ma che si prestano anche alla coltivazione di uve a bacca rossa come il Pinot Nero.
Una storia iniziata con 1.400 metri di vigna
La storia di Merotto inizia nel 1972 tra Col San Martino e Farra di Soligo (Treviso), dove avvia l’attività con 1.400 metri di terreno coltivabile. L’approccio è quello del lavoro manuale, della cura quotidiana. Negli anni Ottanta, affascinato dal Pinot Nero, acquista le prime pupitres e sperimenta il Metodo Classico producendo poche bottiglie, destinate in gran parte al consumo personale.
La prima autoclave entra in azienda a fine degli anni Settanta e da quel momento Graziano inizia a sperimentare il Metodo Martinotti-Charmat sotto la guida dell’enologo-poeta Piero Berton. Negli anni successivi arriva il Prosecco Superiore, che consolida la presenza dell’azienda nel territorio. Ma il Pinot Nero rimane sempre lì, in quelle rare parcelle a Col San Martino che Merotto non ha mai abbandonato.

Il Pinot Nero nelle colline del Prosecco
Può sembrare strano parlare di Pinot Nero nel cuore del Prosecco Superiore, eppure il disciplinare prevede l’uso di uve Pinot bianco, Pinot nero, Pinot grigio e Chardonnay nella pratica tradizionale del Metodo Classico, anche per integrare la produzione di base della Glera. Una possibilità che pochi produttori esplorano, concentrati sulla denominazione principale.
Merotto possiede rare parcelle di Pinot Nero a Col San Martino, un vitigno che richiede attenzione e condizioni specifiche. Le colline ventilate e i terreni ben drenati di origine marina offrono l’ambiente ideale per questa uva esigente, che nelle mani giuste può dare vini di grande finezza.
Il territorio patrimonio UNESCO
Nel 2019 le colline del Conegliano e Valdobbiadene sono state inserite nella lista dei Patrimoni dell’umanità UNESCO. Un riconoscimento che celebra non solo la qualità del vino, ma anche un paesaggio culturale unico al mondo, modellato da secoli di viticoltura eroica. Le Rive sono vigneti coltivati lungo i crinali della collina dove il viticoltore può fare affidamento solo sul proprio lavoro manuale, per questo motivo qui l’agricoltura prende il nome di “eroica”.
Sin dalla seconda metà del XIX secolo il Conegliano-Valdobbiadene è ufficialmente una zona di produzione del Prosecco, con la fondazione della prima Scuola Enologica italiana. Una tradizione che Merotto interpreta con il suo ritorno al Metodo Classico, dimostrando che questo territorio può dare molto più della sola Glera.
Un legame tra memoria e futuro
«Questo vino è un legame tra memoria e futuro» dichiara Merotto, evidenziando che «il cuore produttivo resterà il Prosecco di collina, ma il Metodo Classico rappresenta una parte importante della mia storia». Parole che spiegano bene il senso di questa operazione: non una svolta, ma un ritorno circolare a ciò che è stato e che può ancora essere.
Graziano Merotto ha iniziato negli anni Settanta come uno dei pionieri della qualità, con l’obiettivo di estrarre il meglio dalle colline di Conegliano Valdobbiadene, facendo del rispetto per la terra e dell’attenzione alla materia prima la sua priorità. Valori che ha tramandato e che oggi si ritrovano anche in questo Metodo Classico, prodotto con la stessa cura artigianale di cinquant’anni fa.
Il Rosé Pas Dosé 2022 non è solo un vino. È il modo di Graziano Merotto di chiudere un cerchio, celebrando 80 anni di vita e 40 di lavoro con un prodotto che guarda indietro senza nostalgia, ma con la consapevolezza di aver costruito qualcosa che va oltre la singola bottiglia.
