La storica casa di Asti festeggia il compleanno con 1.891 bottiglie numerate: ricetta originale, vigna singola, botte unica
Al Vinitaly 2026 la Cocchi arriva con una storia da raccontare e qualcosa da stappare. I numeri sono già eloquenti: 135 anni di attività, 70 Paesi di distribuzione, solo vini del Piemonte. Ma il centro di gravità di questa edizione è un Barolo Chinato in edizione limitata.
Si tratta del Barolo Chinato tipo Esportazione, ed è prodotto in sole 1.891 bottiglie numerate. Il numero non è casuale: rimanda all’anno di fondazione, 1891, quando Giulio Cocchi aprì la sua distilleria ad Asti, accanto al Battistero medievale di San Pietro. Ogni bottiglia porta in etichetta la riproduzione di quella storica — disegnata a mano, stampata con tecniche d’epoca.
Ricetta d’antan, materia prima di oggi
Il vino base è Barolo Docg 2021, frutto di una singola vigna nel cru Scarrone, a Castiglione Falletto, proprietà di famiglia Bava, che guida Cocchi dal 1978. Una sola botte di invecchiamento. Le botaniche includono rabarbaro, fiori di genziana, foglie di alloro, coriandolo, cardamomo, scorza di arancia dolce e amara. Gradazione: 18 gradi.

La ricetta segue quella che Giulio Cocchi aveva formulato per i mercati lontani — Stati Uniti, Sud America, Africa, Australia — nei primi decenni del Novecento. Un vino pensato per sopportare il viaggio, adatto al lungo invecchiamento. La “tipo Esportazione” non è un vezzo nostalgico: era un’indicazione tecnica, una garanzia di tenuta nel tempo.
Al naso apre con china, tabacco essiccato e spezie, poi arriva la rosa secca del Barolo e le fave di cacao. Al palato, la dolcezza è discreta: lascia spazio ai tannini vellutati, alle bacche scure, alle viole. Il finale è lungo, legno tostato, chiodi di garofano, eucalipto, cioccolato fondente.
Chi era Giulio Cocchi
Nel 1891 Giulio Cocchi aveva vent’anni, veniva dalla Toscana e aveva scelto Asti per aprire una pasticceria con annessa distilleria. Scelta non ovvia per un forestiero, ma Asti era già allora una piazza enologica seria: il Moscato, lo spumante, il Barolo Chinato circolavano in quella provincia come altrove circolava il vino da tavola.
Cocchi non si limitò a produrre. Brevettò nuovi macchinari, costruì un opificio per lavorare gli agrumi direttamente, aprì filiali di degustazione che si chiamavano «Barolino Cocchi» o «Bar Barolino» e che in pochi decenni raggiunsero quota dodici tra Piemonte e Liguria. Alcune di quelle filiali sono ancora operative. Il Bar Cocchi di piazza Alfieri, ad Asti, è rimasto quello che era: un posto dove si beve bene, punto.
Fu Giulio a portare l’Americano Bianco e il Barolo Chinato fuori dal consumo casalingo, trasformandoli in prodotti per mercati più ampi. Nel 1935, suo figlio Federico aprì un Bar Cocchi ad Asmara. Poi Caracas, poi New York — negli anni Cinquanta i primi vermouth oltreoceano, destinati agli emigrati italiani e a chi voleva qualcosa di diverso dalla birra.
Due famiglie, stessa direzione
Nel 1978 Adria Cocchi, figlia di Federico, passò il marchio a Piero Bava. I Bava producono vino in Monferrato dal Seicento: conoscevano la vigna, conoscevano il mercato, sapevano che un brand costruito in ottant’anni non si smonta e non si rifonda — si porta avanti. Tre generazioni dopo, Piero, Roberto, Giulio e Paolo Bava, con i nipoti Francesca, Giorgio e Andrea, continuano a gestire Cocchi con la stessa impostazione familiare che aveva Giulio quando aprì la distilleria.
La continuità non è solo di nome. Lo Storico Vermouth di Torino Cocchi, rilanciate quindici anni fa, ha innescato la riscoperta dell’intera categoria in Italia e all’estero. L’Alta Langa Docg — metodo classico piemontese di cui Cocchi è stato tra i protagonisti della valorizzazione — è oggi una denominazione seria, riconosciuta anche fuori dai confini regionali.
Il bollino dei 135 anni
Per l’anniversario, le etichette dei Vermouth Cocchi riceveranno un bollino celebrativo. Un gesto di comunicazione sobrio, coerente con un marchio che non ha mai fatto dell’anniversario un pretesto promozionale.
