Il settore vale quasi 10 miliardi, ma tra l’invasione dei granchi blu, le orate affamate e il clima che cambia il futuro è incerto
Quando ordinate un’orata al forno o una spigola al cartoccio, difficilmente vi chiedete da dove arrivi quel pesce. Eppure dietro il vostro piatto c’è un mondo che sta cambiando, e anche velocemente, tra numeri impressionanti e sfide inaspettate. L’acquacoltura del Mediterraneo produce quasi 3 milioni di tonnellate di pesce, molluschi e crostacei all’anno. Un’industria che vale 9,3 miliardi di dollari e che è sempre più al centro di una tempesta perfetta: concorrenza spietata, burocrazia soffocante e natura che si ribella.
Il dominio di orate e spigole
Se pensate che nei nostri mari si allevi di tutto, vi sbagliate. L’allevamento marino è concentrato su appena 11 specie, che rappresentano il 99% della produzione totale. In testa ci sono le due regine indiscusse: orata (34,5%) e spigola (29,7%). Insieme costituiscono quasi due terzi di tutto il pesce allevato in acqua salata nel Mediterraneo.
I grandi produttori della regione sono tre: Turchia con 400.000 tonnellate, Egitto con 147.000 e Grecia con 139.000. L’Italia? Si ferma a 51.000 tonnellate per quanto riguarda i pesci, di cui la metà è trota iridea allevata in acqua dolce. Le altre protagoniste sono proprio orata e spigola.

Cozze, vongole e la nuova frontiera delle ostriche
I molluschi raccontano una storia diversa. L’Italia nel 2023 ha prodotto circa 80.000 tonnellate, dominate dalle cozze (72,4% del totale) e dalle vongole veraci (16,8%). Ma la vera novità è l’ostricoltura, settore giovane che sta crescendo rapidamente e che nel 2023 ha raggiunto le 300 tonnellate di produzione.
C’è anche una chicca che pochi conoscono: l’Italia è il primo produttore europeo di caviale, con 67 tonnellate all’anno. Un primato di nicchia ma significativo.
Quando la natura si ribella
È qui che la storia si fa complicata. Il cambiamento climatico ha sconvolto gli equilibri marini con conseguenze che nessuno si aspettava. Nel Tirreno, le temperature più miti hanno reso le orate selvatiche molto più aggressive. Questi pesci, un tempo occasionali visitatori degli allevamenti, oggi attaccano sistematicamente le coltivazioni di cozze, causando danni pesanti.
In Adriatico la situazione è ancora più drammatica. Il granchio blu, diventato famoso per la sua invasione, continua a devastare gli allevamenti di vongole veraci. Un fenomeno che tutti conoscono ma che ancora oggi nessuno ha capito completamente come gestire.

L’Italia tra concorrenza e burocrazia
Gli allevatori italiani si trovano stretti in una morsa. Da un lato ci sono i nodi strutturali storici: concessioni demaniali complicate, canoni da pagare, lentezza nel definire le zone marine dove è possibile allevare. Dall’altro lato c’è la pressione dei produttori extra-europei, che spesso non garantiscono la stessa trasparenza sulle informazioni al consumatore.
Il risultato? Molti stanno cambiando strategia. Alcuni si stanno orientando verso l’ostricoltura, altri cercano soluzioni innovative per proteggere i loro allevamenti. È una corsa contro il tempo in un settore che vale miliardi ma che deve reinventarsi ogni giorno.
Cosa arriva nel piatto
Dietro al pesce d’allevamento c’è molto più di quello che appare. C’è un settore che dà lavoro a 113.000 persone solo nell’acquacoltura marina. C’è un’industria che produce quasi la metà di tutto il pesce e i molluschi che provengono dalle acque salate del Mediterraneo. E ci sono allevatori che ogni giorno devono fare i conti con una natura sempre più imprevedibile.
Il pesce d’allevamento non è più quello di una volta. E forse è arrivato il momento di prestare più attenzione a quello che mettiamo nel piatto, chiedendoci non solo quanto sia fresco, ma anche da dove viene e come è stato prodotto.
Gli operatori del settore si incontreranno per approfondire queste tematiche ad AquaFarm 2026, la mostra-convegno internazionale dedicata all’acquacoltura che si terrà il 18 e 19 febbraio alla Fiera di Pordenone.
