Intervista all’ad Marcello Meregalli che racconta i piani della più grande azienda italiana di distribuzione di vini, con 1600 etichette da tutto il mondo

Un Sassicaia? Chiedete a Meregalli: da 33 anni è il Gruppo monzese a fornirlo. Oggi l’azienda, nata oltre 150 anni fa, rappresenta il top in Italia per la distribuzione di vini e alcolici. A questa ricorrono i più grandi chef stellati e il meglio della ristorazione per comporre una carta ad hoc. Ben 1600 etichette in esclusiva. L’ad Marcello Meregalli, che rappresenta la quinta generazione, ci ha raccontato piani e strategie in occasione dell’evento «100 vini», una fantastica kermesse che si è tenuta all’Autodromo di Monza dove si sono potute degustare etichette da favola, dal Montrachet al gioiello di Tenuta San Guido.

Marcello, quando e come nasce Meregalli?
«Nel vino nasce nel 1856: eravamo grossisti distributori a Villasanta. Io rappresento la quinta generazione. Ho iniziato nel ‘96 a lavorare in azienda, ho maturato esperienze all’estero, in Francia, California, Inghilterra e le ho poi messe a frutto».

La sede oggi è a Monza.
«Fu poi mio nonno a spostarla, a inizi del Novecento. Oggi è in via Azzoni Visconti 43. Poggia sulle vecchie fondamenta del convento della Monaca di Monza, riconvertito a Museo del vino. Lì facciamo formazione, corsi di vendita agli agenti e al personale di sala dei vari clienti. Un centro polifunzionale, per la cultura del vino e degli alcolici (nella Pinacoteca c’è la più grande biblioteca enogastronomica italiana privata, ndr)».

Diamo qualche numero di cosa significhi oggi il Gruppo Meregalli.
«Abbiamo 10.500 clienti in Italia, circa 1600 etichette in esclusiva, per duecento cantine. La maggior parte sono straniere, ma il fatturato arriva per due terzi dall’Italia. Eravamo nati soprattutto per i vini esteri. Quando abbiamo sviluppato una rete così capillare, tante aziende nazionali si sono affacciate a noi perché riusciamo a raggiungere tutto il canale horeca. Fatturiamo sui 60 milioni, 44-45 dall’Italia: tre quarti dai vini e un quarto da liquori e distillati, che stanno crescendo».

Facciamo qualche nome di queste aziende.
«Da 33 anni distribuiamo Tenuta San Guido, champagne Bollinger da 25 anni. Poi Prosecco di Nino Franco, 43-44 anni di collaborazione, Argiolas, tra i top della Sardegna. Tra gli alcolici cognac Fillioux, antesignano dei cognac di qualità, da oltre cinquant’anni. Poli nella grappa: nel 1983 era una piccola azienda, oggi ha numeri importanti. Sul canale horeca siamo la più grande per cifre, con Velier negli spirits».

A Monza per l’evento «100 vini» avete dedicato un intero salone a liquori e distillati.
«È un evento creato da mio padre negli anni ‘90: si facevano assaggiare i migliori 100 vini del nostro portfolio all’Hotel Principe di Savoia. Da allora è sempre stato annuale, poi ci siamo spostati all’ Autodromo per il 150esimo e ne abbiamo aggiunti altri itineranti. Dal primo luglio abbiamo la divisione Meregalli spirits: focus e personale differente, ottenuto con recruiting dedicato, per fare trading su bartender e chi si occupa dei cocktail».

Quali sono i trend nei liquori e distillati?
«Va forte il gin. Benissimo i vermouth: Poli ha da poco presentato alcune novità. Ne abbiamo creato anche uno noi come produttori in Toscana di Tenuta Fertuna. Con la distilleria Quaglia abbiamo ideato una ricetta con vini rossi e bianchi Fertuna e l’utilizzo di pepe toscano, timo, erbe della Maremma, per dare regionalità. Siamo molto contenti del risultato».

Siete, dunque, anche produttori.
«Sì, Tenuta Fertuna è lo Châteaux di famiglia, con ristorante e area ospitality. Facciamo circa 350mila bottiglie (900mila contano anche il conto terzi), 47 ettari vitati di Sangiovese, Cabernet, Merlot e Vermentino. Pensavamo di fare grandi rossi, oggi invece facciamo soprattutto Sangiovese, vinificato in bianco, che è il nostro maggiore successo, il Vermentino che sta tirando tantissimo, il rosato, oltre la serie di Supertuscan».

C’è poi il whisky, che sta vivendo un periodo d’oro.
«Molto bene, sta nascendo tanto whisky in tutto il mondo. Stanno andando benissimo i giapponesi. Il comparto whisky giapponesi rispetto allo scotch è un terzo superiore. Cinque anni fa sarebbe stato impensabile. Come scozzesi abbiamo Gordon & Macphail, come invecchiatore, e the vintage Malt Wisky Company, altro selezionatore, mentre la distilleria è Benromach. Con il prossimo anno avremo anche un whisky neozelandese. C’è fermento su questo comparto. È una moda che ritorna».

Le grappe?
«Sono cresciute bene negli anni scorsi, adesso sono in fase stazionaria. Il prodotto è cambiato tantissimo. Non è più la grappa del nonno. C’è il trend delle invecchiate che è molto importante».

Liquori?
«Un’infinità. Oggi hanno cominciato a fare anche gin con flavour per intercettare il pubblico femminile. Avremo a breve come novità un black gin, con botaniche che danno colori molto scuri, e può essere usato in alcuni cocktail al posto del carbone vegetale».

Che trend ci sono sui vini?
«Per l’Italia crescono gli autoctoni, come il Pecorino: quello, per esempio, prodotto da La Valentina di Abruzzo che distribuiamo. Piace anche il nome. Bene la parte di vini pugliesi, i vini dell’Etna. L’anno prossimo inseriremo un Verdicchio dei Castelli di Jesi, con l’azienda Mattioli, altra zona che è in ripresa. Andremo, poi, a potenziare la parte del Chianti Classico, che è in crescita soprattutto in America».

A livello di vitigni internazionali?
«Cala la barrique, oggi si preferiscono vini con tenore zuccherino più basso, minerali e non rielaborati grazie all’uso del legno, che invece si usa ancora per i grandissimi vini. Nel mondo poi l’Australia sta andando fortissimo. Siamo distributori di Treasury Wine Estates che hanno la parte australiana con Penfolds».

Se dovessi scommettere su un vitigno per il 2019, quale diresti?
«Il Pinot Bianco. Un vitigno che negli ani ’70 e ’80 faceva l’ossatura di tanti prodotti, estirpato per il Pinot Grigio e il Gewürztraminer. È molto italiano, dà anche possibilità di invecchiamento, un trend. Oggi il bianco va meglio anche del rosso».

Sugli spirits?
«Più difficile dirlo. Avevamo scommesso sul sakè  tre anni fa ma non è ancora esploso. Da noi c’era il messaggio sbagliato che si beveva caldo. Invece è un mondo: c’è quello per la carne, per aperitivo. Nei Paesi anglosassoni si usa molto nella mixology. Lì sta andando bene anche il pisco: ci stiamo guardando un po’ attorno su questo prodotto. Come per alcune tequila con monovarietali di agave. Qui è forse più facile».

Quanti tra gli chef stellati sono clienti?
«I Tre Stelle tutti, i Due Stelle quasi tutti. Lo champagne sta andando molto, Bollinger è un boom e ci permette di fare tanti eventi con gli chef con menu a tema».

Champagne o metodo classico italiano?
«Distribuiamo Letrari, Trento Doc, che sta andando molto bene. Sul Franciacorta o hai uno dei tre top o fai fatica. Ovviamente lo champagne è ancora un’altra cosa».

Fornite anche prodotti con formati tailorizzati?
«Sì, tramite una consociata, Aznom, che si occupa di grafica e accessoristica, facciamo personalizzazione di etichette, regalistica natalizia: abbiamo stampanti per fare bottiglie speciali per eventi, serie limitate. Oggi il tailor made cresce. Anche sugli spirits facciamo programmi personalizzati con i produttori: abbiamo fatto fare un invecchiamento di Penderyn del Galles in botti di Argiolas».

Oggi un ristoratore come compone la carta vini?
«Il tempo è sempre limitato, così ci si affida a un solo distributore con cui fare l’ossatura della carta e magari un altro paio per qualche chicca. Poi ci sono le grosse cantine che vendono direttamente, come Berlucchi, Ca’ del Bosco, Antinori. Le piccole passano per la distribuzione, per il servizio che diamo».

All’estero cosa vogliono?
«Funziona il prodotto mixology, bollicine, Asia a parte dove sono ancora sui rossi strong. Ovunque chiedono logistica più veloce e formazione del personale di sala».

Il lato bio e green?
«Una scelta obbligata più che un trend: se non ce li hai, in molti Paesi del Nord e in Usa non entri».