Il Parlamento Ue chiede il parere della Corte di Giustizia. Spaccatura nella maggioranza italiana: cosa cambia per vino e cibo
Dieci voti. È bastata questa manciata di preferenze per bloccare – almeno temporaneamente – l’accordo commerciale più discusso degli ultimi mesi. Il Parlamento europeo ha deciso il 21 gennaio di rinviare alla Corte di Giustizia l’intesa tra Unione Europea e Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), con 334 voti favorevoli al ricorso contro 324 contrari. Un risultato che certifica una profonda spaccatura politica e che congela tutto in attesa del verdetto dei giudici di Lussemburgo, che potrebbe arrivare solo a fine anno.
Un accordo che divide l’Europa (e l’Italia)
Il Mercosur è sulla carta un affare da oltre 10 miliardi di euro di potenziale export per l’Italia, con vantaggi importanti soprattutto per vino, formaggi, salumi e olio. I numeri parlano chiaro: oggi i vini europei destinati al Brasile subiscono dazi fino al 27% per i fermi e al 35% per gli spumanti. L’accordo eliminerebbe progressivamente queste barriere, aprendo un mercato di 250 milioni di consumatori.
Ma c’è l’altro lato della medaglia. Gli agricoltori temono l’arrivo di prodotti che non rispettano gli standard europei su ambiente, sicurezza alimentare e diritti dei lavoratori. In pratica: concorrenza sleale. Per questo da mesi protestano in tutta Europa, erano anche presenti in piazza a Strasburgo proprio mentre il Parlamento votava.

L’industria del vino contro il rinvio
«Il voto di oggi non fa male solo alle imprese, fa male a tutta l’Europa», ha commentato senza mezzi termini Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini. Il problema è il tempo: con questo rinvio, l’accordo rischia di rimanere bloccato per 18-20 mesi. «Un ritardo che non ci possiamo permettere», aggiunge Frescobaldi, ricordando che il vino italiano negli Stati Uniti ha chiuso il 2025 con un calo del 9%.
Per il settore vitivinicolo, l’area sudamericana rappresenta un’opportunità enorme. Oggi l’Italia esporta appena 40 milioni di euro di vino in Brasile, l’8% di un mercato che vale 500 milioni. Con tariffe più basse, questo numero potrebbe crescere in modo significativo.
Gli agricoltori tirano un sospiro di sollievo
Dall’altra parte della barricata, le organizzazioni agricole hanno accolto il voto con soddisfazione. «Finalmente c’è un Parlamento europeo che dimostra di aver ascoltato le nostre preoccupazioni», commenta Cristiano Fini della CIA. Coldiretti parla di «risposta politica alle follie della presidente Von der Leyen».
Il punto critico è la reciprocità: gli agricoltori europei devono rispettare regole stringenti su pesticidi, benessere animale e sostenibilità. Regole che costano. Se arrivano prodotti dal Sudamerica senza questi vincoli, il gioco si fa sleale. Per questo chiedono controlli ferrei e clausole di salvaguardia automatiche.
La maggioranza italiana si spacca
Il voto di ieri ha certificato una divisione anche all’interno del governo italiano. La Lega ha votato per il rinvio, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia erano contrari. Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida ha però difeso l’accordo: «È un buon affare per il sistema Europa e per l’Italia che esporta», anche se ha promesso controlli rigorosi per evitare che entrino prodotti non conformi.
Secondo Lollobrigida, l’impatto sulle carni italiane sarà «molto marginale» perché l’Italia è già deficitaria del 53% e importa carne dal Sudamerica. Mentre per i settori export-oriented come il vino, l’accordo porterebbe vantaggi concreti.

Cosa succede ora
La palla passa alla Corte di Giustizia europea, che dovrà valutare se l’accordo è compatibile con i Trattati Ue. Il parere potrebbe arrivare solo a fine 2026. Nel frattempo, il Parlamento può continuare a esaminare i testi, ma non può votare la ratifica finale.
C’è però un’opzione B: la Commissione europea potrebbe decidere di applicare l’accordo in via provvisoria, senza aspettare il verdetto della Corte. Il cancelliere tedesco Merz ha già fatto sapere di essere favorevole: «Basta ritardi, l’accordo deve essere applicato subito».
Un paracadute geopolitico
Al di là dei numeri, c’è una questione più ampia. Con gli Stati Uniti di Trump che minacciano dazi e barriere commerciali, l’Europa cerca alternative. Il Mercosur potrebbe essere questo paracadute: un mercato enorme dove vendere, in un momento di grande incertezza nei rapporti transatlantici.
Von der Leyen lo ha detto chiaramente: «Più partner commerciali abbiamo, più siamo indipendenti». E ha annunciato che la prossima settimana sarà in India per chiudere «un altro accordo rivoluzionario». Il messaggio è chiaro: in un mondo instabile, l’Europa deve diversificare.
Il nodo dei controlli
Resta da capire come garantire che i prodotti importati rispettino davvero gli standard europei. Il tema è delicato: se l’Olanda, con i suoi porti, è riuscita a diventare la porta d’ingresso preferita per merci di ogni tipo (anche quelle con standard più bassi), come si può evitare che lo stesso meccanismo si applichi ai prodotti agroalimentari?
Copagri suggerisce di approfittare di questa «sosta forzata» per rafforzare i controlli e abbassare la soglia del calo dei prezzi dall’8% al 5% per attivare le clausole di salvaguardia. L’Associazione Italiana Coltivatori chiede addirittura una riforma del sistema doganale europeo.
In attesa del verdetto
Per ora, tutto è sospeso. Il vino italiano continuerà a pagare dazi salati in Brasile. Gli agricoltori continueranno a protestare. E l’Europa resterà divisa tra chi vede nel Mercosur un’opportunità e chi lo considera una minaccia.
Tra 18-20 mesi, forse, avremo una risposta. Nel frattempo, i consumatori europei possono stare tranquilli: sul mercato interno non cambierà nulla. Almeno per ora.
