Fame e guerra: il cibo diventa arma geopolitica

Dal Libano all’Asia, conflitti e caldo estremo mettono a rischio la sicurezza alimentare di centinaia di milioni di persone

Un milione e 200mila persone — quasi una su quattro in Libano — rischiano di non avere cibo a sufficienza entro agosto. Lo certifica un rapporto congiunto di Fao, Pam e ministero dell’Agricoltura libanese pubblicato il 29 aprile, che rivede al rialzo di 366mila unità le stime diffuse a marzo. La causa è la guerra tra Israele e Hezbollah, che ha generato sfollamenti di massa e paralizzato buona parte dell’economia del Paese. Ma il Libano è solo l’epicentro visibile di una crisi alimentare che, tra conflitti, caldo estremo e crollo dei finanziamenti, sta colpendo il pianeta su scala più larga.

Il blocco di Hormuz e il prezzo dei fertilizzanti

Il nodo che collega Medio Oriente e tavole di mezzo mondo si chiama Stretto di Hormuz. Non passano solo petrolio e gas: attraverso quel corridoio di 54 chilometri transitano fertilizzanti e ammoniaca prodotti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman — circa il 20% delle esportazioni mondiali. Quando il conflitto ha messo sotto pressione quella rotta, i prezzi dei concimi sono saliti fino al 50% nel primo mese di ostilità, secondo i dati Fao.

Le ripercussioni hanno raggiunto quasi subito i paesi asiatici in fase di semina: Bangladesh, India e Sri Lanka hanno visto aumentare i costi delle forniture di base. In Thailandia — tra i maggiori esportatori mondiali di riso, con un’alta dipendenza dalle importazioni del Golfo — il premier Anutin Charnvirakul ha già chiesto alla Cina di garantire quote di fertilizzanti per gli agricoltori. Le stime del centro di ricerca della banca Kasikorn prevedono un calo dei raccolti della stagione in corso di circa il 19% rispetto all’anno precedente.

Agricoltore africano
Agricoltore africano

Riso a rischio, prezzi in salita

La Cambogia e il Vietnam stanno per entrare nella stagione di semina. Gli agricoltori iniziano a chiedersi se valga la pena investire in colture di base quando i costi di produzione aumentano e i margini si assottigliano. Non è una domanda astratta: è il tipo di calcolo che, moltiplicato per milioni di famiglie, determina se nei prossimi mesi i mercati locali avranno grano e riso a sufficienza.

L’India, primo produttore mondiale di riso insieme alla Cina, ha dichiarato di avere riserve sufficienti per gestire le emergenze, ma il 40% delle sue importazioni di urea — fertilizzante indispensabile — arriva proprio attraverso Hormuz, e il Paese sta già affrontando una carenza interna di gas. L’equilibrio è precario.

Paul Teng, ricercatore dell’Istituto Iseas-Yusof di Singapore, ha dichiarato all’agenzia Efe che è «quasi inevitabile che i livelli di malnutrizione aumentino» nei prossimi sei mesi, con effetti «indiretti ma immediati» sulla filiera agricola e alimentare del Sud-est asiatico. Se il conflitto non si risolve, tra sei e 24 mesi le pressioni potrebbero diventare strutturali, con cali di produzione e offerta per le colture di base.

Caldo estremo, un’altra emergenza parallela

A questo quadro si aggiunge un secondo fronte, indipendente dalla geopolitica ma altrettanto preoccupante. Un rapporto congiunto di Fao e Organizzazione Meteorologica Mondiale segnala che le ondate di calore — sempre più frequenti e intense — stanno già comprimendo rese agricole, qualità del latte negli allevamenti e fauna ittica nei mari. Oltre un miliardo di persone è oggi esposto a rischi connessi al caldo estremo. Nel 2024, il 91% degli oceani ha registrato almeno un episodio di questo tipo.

Le rese delle colture iniziano a calare oltre i 30 gradi per molte varietà. Il caldo amplifica siccità, incendi, parassiti e malattie, riducendo la tenuta complessiva dei sistemi agricoli. Tra maggio e giugno, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale prevede la comparsa del fenomeno El Niño, con temperature superiori alla media in quasi tutto il pianeta.

L’Africa senza risorse per resistere

Il rapporto regionale africano sulla sicurezza alimentare, elaborato da Fao, Commissione economica Onu per l’Africa, Pam e Commissione dell’Unione Africana, disegna un quadro strutturalmente critico. Per l’ottavo anno consecutivo dal 2017, la fame è aumentata in Africa: si stima che 306 milioni di persone siano denutrite nel continente, oltre il 45% del totale mondiale. Altre 892 milioni affrontano insicurezza alimentare moderata o grave.

Il costo medio di una dieta sana ha raggiunto 4,41 dollari al giorno a parità di potere d’acquisto — un valore più che doppio rispetto alla soglia di povertà estrema di 2,15 dollari. Nel 2024, il 67% della popolazione africana non poteva permettersi di mangiare in modo adeguato, contro il 32% a livello globale. Il tasso di ritardo della crescita tra i bambini sotto i cinque anni supera il 30%.

Crediti bloccati, investimenti fermi

Il credito bancario all’agricoltura africana copre meno del 4% del credito totale. Gli investimenti diretti esteri nel settore alimentare restano sotto i due miliardi di dollari annui. Tra il 2020 e il 2023, le 99 operazioni di finanza mista nel settore agroalimentare del continente hanno mosso tre miliardi di dollari complessivi, concentrati soprattutto sulle grandi aziende. Le piccole e medie imprese agricole restano escluse: sono troppo grandi per la microfinanza e troppo piccole per le banche commerciali.

La finanza climatica ha raggiunto 44 miliardi di dollari nel biennio 2021-2022, con un aumento del 48% rispetto a due anni prima. Sembra molto, finché non si confronta con l’obiettivo annuale di 250 miliardi ritenuto necessario per centrare i traguardi climatici del continente.

Il capo economista della Fao, Maximo Torero, intervenuto da Brunei dove si teneva una conferenza regionale, ha messo in guardia da un rischio concreto: se il conflitto si prolunga, la produzione e la distribuzione alimentare diminuiranno nei prossimi mesi, e i paesi più poveri saranno i più colpiti. «Non vogliamo essere allarmisti ma realisti», ha detto Torero, «e questo significa comprendere che ci troviamo di fronte a sfide enormi».

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