Dal Monferrato alla Sicilia la vendemmia premia la qualità, mentre la Francia registra il calo peggiore degli ultimi 70 anni
La vendemmia 2026 si sta chiudendo in gran parte d’Italia con un bilancio a due velocità. Uve sane e gradazioni elevate da nord a sud, ma volumi in calo in diverse zone e un mercato che fatica ad assorbire la produzione. A tracciare il quadro sono i consorzi di tutela, le associazioni di categoria e le cantine, da Asti a Manduria, da Piacenza alla Sicilia occidentale.
Il Monferrato chiede un tavolo nazionale
A Costigliole d’Asti il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato ha aperto la vendemmia con dati produttivi in linea con il potenziale dell’area, sia in quantità sia in qualità. Il presidente Filippo Mobrici ha però avvertito che il buon raccolto da solo non basta: pesano il calo dei consumi, la pressione sui prezzi e l’aumento delle giacenze.
Per questo il Consorzio, che riunisce oltre 430 aziende e tutela 12 denominazioni, ha chiesto la convocazione degli Stati Generali del vino: un tavolo tra Regione Piemonte, organizzazioni di rappresentanza, imprese e distribuzione per affrontare insieme il calo della domanda e gli squilibri tra produzione e mercato.
A Piacenza uve bianche in rialzo
Segnali più incoraggianti sul fronte dei prezzi arrivano da Piacenza. Confagricoltura ha registrato quotazioni in aumento per l’Ortrugo Doc in Val Tidone, salito fino a 65 euro al quintale, in crescita sia sul minimo sia sul massimo rispetto alla rilevazione precedente. Andamento più altalenante in Val Nure, Val d’Arda, Val Chero e Val Trebbia, dove i listini oscillano tra 40 e 55 euro. Per l’associazione, comunque, quella del 2026 resta una buona vendemmia.

Manduria e Sicilia: meno uva, più qualità
Nel Tarantino si è conclusa la vendemmia del Primitivo di Manduria con un bilancio qualitativo che il Consorzio di Tutela definisce fatto di «uve sane, integre e con gradazioni elevate». La produzione, però, segna un calo di circa il 20% rispetto al 2025: la raccolta è partita in anticipo per le alte temperature estive, che non hanno comunque intaccato lo stato sanitario delle uve. Il Consorzio chiede ora che la qualità trovi un riconoscimento economico adeguato lungo tutta la filiera, dalla produzione all’imbottigliamento.
Situazione simile in Sicilia occidentale, dove secondo il produttore Diego Cusumano l’uva raccolta quest’anno è «matura, sana, con dati organolettici perfetti», nonostante una resa più bassa dovuta a condizioni termiche e idriche estreme. I vigneti di montagna, come quelli sull’Etna, hanno retto meglio al caldo grazie all’altitudine.
A Pompei torna la vite dopo duemila anni
Un capitolo a parte riguarda Pompei. Il 16 settembre si è svolta la prima vendemmia del progetto vitivinicolo nato dal partenariato pubblico-privato tra il Parco Archeologico e il Gruppo Tenute Capaldo, attraverso le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco. La raccolta ha interessato i 14 vigneti custoditi all’interno delle Domus, poco più di un ettaro coltivato con varietà rosse già note ai Romani in Campania: Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso.
La cantina di vinificazione, prevista nell’area di Stabiae, dovrebbe essere pronta entro la vendemmia 2028; i primi vini del progetto, a regime circa 30mila bottiglie l’anno, sono attesi entro il 2029, quando entrerà in produzione anche il nuovo vigneto destinato ai bianchi Fiano, Greco e Falanghina.
Sul piano normativo, la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea ha pubblicato il 16 settembre nuove integrazioni alle norme sui pagamenti nazionali per la distillazione del vino, la vendemmia verde e l’estirpazione di vigneti in casi di crisi: strumenti che diversi consorzi indicano come necessari proprio per affrontare gli squilibri tra produzione e mercato.
Il confronto con la Francia
Il quadro italiano, pur tra le sue difficoltà, appare meno critico di quanto sta accadendo oltralpe. Secondo le stime del ministero dell’Agricoltura francese riprese da Le Figaro, la produzione 2026 dovrebbe fermarsi a circa 34 milioni di ettolitri: il 6% in meno rispetto al 2025 e il 17% sotto la media del quinquennio 2021-2025.
Se confermato, sarebbe il raccolto più scarso dal 1957, secondo l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino. A pesare sono soprattutto le regioni del nord, dove le ondate di calore hanno causato scottature e appassimento dell’uva: la Champagne segna un calo del 50%, il Giura del 36%. Va meglio a sud, con la Corsica ferma al -4% grazie all’irrigazione e con Sud-Ovest, Languedoc-Roussillon e Sud-Est che contengono le perdite o, nel caso del Languedoc, registrano addirittura un +5%.
