Fertilizzanti e carburanti alle stelle: cosa sta succedendo ai prezzi di frutta, verdura e pesce sugli scaffali italiani
Lo Stretto di Hormuz è a ottomila chilometri dall’Appenino lucano. Non si direbbe, guardando i bilanci delle aziende agricole di Basilicata e Puglia nelle ultime settimane. La guerra in Iran ha fatto esplodere i costi di fertilizzanti, carburanti e materie plastiche, e l’onda lunga si sente già — nei campi, nei mercati all’ingrosso, nei banchi del pesce.
I numeri rilevati da Coldiretti sulle Camere di Commercio sono netti: i costi di produzione per un’azienda agricola sono cresciuti fino al 30% rispetto al periodo pre-conflitto. L’urea, il fertilizzante azotato più diffuso, ha registrato rincari del 35%, con aumenti superiori a 200 euro a tonnellata. Salgono anche nitrato ammonico e solfato ammonico. Le imprese più meccanizzate sono le più esposte.
In Puglia fino a 1.500 euro in più per ettaro al mese
In Puglia l’aggravio mensile stimato da Coldiretti oscilla tra 200 e 1.500 euro per ettaro, a seconda delle colture e delle dimensioni dell’impresa. Una forchetta ampia che fotografa situazioni molto diverse: un piccolo orto familiare e una grande azienda cerealicola non stanno subendo la stessa pressione, ma nessuno è immune.

Sul fronte del gasolio, pesa anche il comparto ittico: la disponibilità di pesce italiano nei mercati pugliesi è calata del 20%, con le flotte che stanno riducendo o ottimizzando le uscite in mare. Nelle grandi aste dei porti italiani le quantità arrivate sui banchi nelle prime settimane di marzo sono inferiori a quelle di febbraio.
Non è la prima volta che l’agricoltura europea si trova in questa posizione. Con la guerra in Ucraina era andata nello stesso modo, e Coldiretti torna a sollevare la questione strutturale: l’Europa ha scelto negli anni di delocalizzare la produzione di fertilizzanti all’estero. Quando i corridoi di approvvigionamento si chiudono, le imprese agricole pagano il conto di quella scelta.
A Bologna i prezzi tengono, ma i consumi preoccupano
Il mercato ortofrutticolo di Bologna offre un quadro parzialmente diverso. Marco Marcatili, presidente del Caab — il Centro Agroalimentare della città —, spiega che gli aumenti all’ingrosso si concentrano sui prodotti che percorrono lunghe tratte: pomodori, melanzane e peperoni dal Sud Italia hanno segnato rincari del 10-12%, mentre il gasolio è salito di oltre il 16%. Una parte del costo, dunque, le imprese grossiste se la stanno assorbendo.
La struttura cooperativa della piattaforma bolognese aiuta: concorrenza e trasparenza dei prezzi convivono, e questo tende a frenare le dinamiche speculative. Il vero timore, però, è un altro. Ulteriori rincari rischiano di spingere le famiglie a ridurre gli acquisti di frutta e verdura, prodotti essenziali per un’alimentazione sana.
Il paradosso: scaffali più cari, agricoltori più poveri
C’è una stortura che Coldiretti segnala con forza da più regioni: i rincari al dettaglio non corrispondono a migliori compensi per chi produce. Nelle ultime settimane alcune filiere — dal lattiero-caseario all’ortofrutta — hanno visto scendere i prezzi riconosciuti agli agricoltori, mentre i listini nei negozi continuano a salire.
I dati Ismea sulla seconda settimana di marzo lo fotografano: le fragole cedono il 18%, mele e pere restano ferme, i kiwi salgono dell’1%. Tra gli ortaggi calano carciofi, bieta, finocchi, indivia e lattuga; salgono carote, cipolle, cavolfiori e broccoli. Coldiretti chiede un monitoraggio immediato da parte del governo per evitare che qualcuno sfrutti la fase critica per speculare.
Governo e Ue: misure insufficienti secondo le associazioni
Il governo italiano ha risposto con il taglio delle accise e crediti d’imposta per trasportatori e pescatori. Le associazioni di categoria ritengono queste misure un punto di partenza, non una soluzione. Coldiretti chiede risorse europee e, in particolare, la cancellazione del Cbam — il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere — che tassa i fertilizzanti importati e grava ulteriormente sui bilanci agricoli.
L’orizzonte si allarga con l’allarme lanciato dalla Confeuro, Confederazione Agricoltori Europei. Il blocco dello Stretto di Hormuz rischia di compromettere le forniture mondiali di fertilizzanti con effetti che andrebbero ben oltre l’Europa: carestie in Asia e Africa, dove la sicurezza alimentare è già fragile. L’Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas aveva già sollevato il tema. La Confeuro rilancia e indica nella diplomazia l’unica via praticabile.
Nel frattempo, la spesa non si abbassa.
Fonti: Coldiretti Basilicata, Coldiretti Puglia, Caab Bologna, Confeuro — marzo 2026
