Superfici in ripresa, ma il comparto cerealicolo italiano è alla resa dei conti e le micotossine minacciano la qualità di quello che mangiamo
Partiamo da un dato che colpisce: nel 2024, le superfici coltivate a mais in Italia hanno toccato il minimo storico degli ultimi 160 anni. Stiamo parlando di poco più di 495mila ettari, un numero che dice tutto su come stia cambiando il rapporto tra questa terra e uno dei cereali più fondamentali della nostra alimentazione.
Nel 2025, secondo il Crea, le cose sono migliorate un po’. Le superfici sono salite a circa 540 mila ettari, un +9% rispetto all’anno prima. La produzione è passata da 4,9 a 5,5 milioni di tonnellate, un +12%. Numeri che sembra positivi, ma che nascondono una realtà scomoda: Italia copre appena il 45% del suo fabbisogno nazionale di mais. Il resto lo importa dall’estero, e nel 2024/25 il deficit commerciale ha raggiunto un record di 7,1 milioni di tonnellate, costando quasi 1,6 miliardi di euro.
Qualità a rischio
Il mais è ovunque nella nostra alimentazione, anche se non lo vediamo sempre direttamente. È base della polenta, ingrediente in molti prodotti trasformati, alimentazione principale degli animali da allevamento. Quando il comparto soffre, gli effetti si propagano a tutta la filiera: dai prezzi degli alimenti alla qualità di ciò che arriva nel nostro piatto.
E proprio sulla qualità c’è un problema che merita attenzione: le micotossine.

Le micotossine: il nemico invisibile nel granello
La campagna 2025 è stata caratterizzata da condizioni climatiche che hanno favorito lo sviluppo di aflatossine e fumonisine nel mais. Si tratta di sostanze tossiche prodotte da funghi che colonizzano il cereale durante la crescita e dopo il raccolto. La presenza di aflatossine, in particolare, è una questione di sicurezza alimentare che non va sottovalutata.
I dati della Rete Qualità Mais del CREA (il Centro di Ricerca per l’Agricoltura e l’Economia Alimentare) confermano che il problema non è nuovo e non è in diminuzione. Le micotossine nel mais italiano restano un tema strutturale, che genera incertezza sia tra chi produce sia tra chi trasforma il cereale.
C’è una soluzione? Il biocontrollo che fa sperare
La scienza ha trovato un approccio interessante: usare contro il problema proprio lo stesso fungo che lo causa. Si tratta del biocontrollo basato sull’esclusione competitiva: un ceppo del fungo Aspergillus flavus, selezionato perché incapace di produrre micotossine, viene introdotto nel terreno. Colonizza il mais “prima” di quello nocivo, bloccandogli lo sviluppo.
Il prodotto esiste già da 2015 e agricoltori possono usarlo. Il problema è burocratico: l’autorizzazione è ancora temporanea, viene rinnovata anno per anno, e il suo uso è circoscritto al mais destinato all’alimentazione animale. Niente agricoltura biologica, niente impiego generalizzato. Il percorso di registrazione definitivo dovrebbe concludersi nel 2026.
L’altra sfida: come concimare senza inquinare
L’urea è il fertilizzante azotato più usato in Italia per il mais. Ma produce emissioni di gas climalteranti significative, e le normative ambientali stanno diventando sempre più restrittive. La ricerca sta esplorando alternative: in primo luogo, il riutilizzo dei reflui degli allevamenti zootecnici come fertilizzante organico.
Non è semplice. Servono tecniche agronomiche specifiche, macchinari adeguati e, spesso, trasportare materiale da un posto all’altro con costi e logistica non trascurabili. Ma è una strada che il settore non può più evitare.
Il quadro che emerge
Le cooperazioni agricole italiane, riunite sotto Legacoop Agroalimentare, hanno recentemente presentato un quadro preoccupante: oltre al mais, anche il grano duro registra rese sotto media e prezzi poco soddisfacenti. Il grano tenero, almeno per le rese, si comporta meglio, ma spesso il contenuto proteico resta basso, e questo incide sulla qualità del prodotto finale.
Qualcuno sta cambiando rotta: favino, farro e sorgo stanno riprendendo piede proprio come risposta a questa instabilità. Colture con meno rese ma più resistenti, spesso più adattabili ai cambiamenti climatici in corso.
Perché la sostenibilità del sistema alimentare italiano non è solo un tema per chi lavora nei campi. È una questione che riguarda direttamente ciò che mettiamo nei nostri piatti, quanto ne paghiamo e, sempre più, la qualità e la sicurezza di ciò che consumiamo. Il mais è un caso emblematico: un cereale così fondamentale, così presente nella nostra cucina e nel nostro allevamento, che non riesce più a sostenere autonomamente il fabbisogno del paese.
Le soluzioni ci sono, almeno in parte. Ma richiedono tempo, volontà politica e, soprattutto, una registrazione dei prodotti innovativi senza che la burocrazia ne rallenti per anni l’adozione.
