L’Autorità esamina il ruolo della grande distribuzione nei rincari del +24,9% sui prodotti alimentari negli ultimi quattro anni
Mentre facciamo la spesa, lo vediamo tutti: il carrello si svuota, ma lo scontrino si allunga. Tra il 2021 e il 2025, i prezzi dei prodotti alimentari sono schizzati del 24,9%, ben 8 punti percentuali in più rispetto all’inflazione generale. Una forbice che ha spinto l’Antitrust ad aprire un’indagine sulla grande distribuzione organizzata per capire dove finiscono davvero i nostri soldi. E mentre l’inchiesta prosegue, sono molte le voci che si alzano per dire la loro.
Gli autotrasportatori: tariffe anche del 40% sotto i minimi
L’ultimo intervento in ordine di tempo è quello di Assotir, l’associazione delle imprese di autotrasporto, che denuncia una forte compressione delle tariffe riconosciute dalla grande distribuzione. Secondo i dati presentati, la GDO imporrebbe compensi fino al 40% inferiori rispetto ai valori di riferimento indicati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Nel periodo 2021-2025, a fronte di un aumento dei prezzi alimentari del 24,9%, gli adeguamenti tariffari per i trasportatori sarebbero stati pressoché inesistenti, con incrementi solo marginali e limitati a pochi casi. Un divario che, secondo Assotir, riflette uno squilibrio strutturale nei rapporti di forza lungo la filiera.
«La grande distribuzione esercita un potere contrattuale dominante», ha spiegato il segretario generale Claudio Donati, «che si scarica non solo sugli autotrasportatori, ma su tutti i fornitori, a partire dai produttori agricoli». Un sistema che, secondo l’associazione, rischia di entrare in conflitto anche con le norme sulla sicurezza, penalizzando la sostenibilità economica e operativa del settore.

La “greedflation”: quando l’avidità gonfia i prezzi
Un altro intervento recente è quello di Consumerismo No Profit, che ha chiesto all’Autorità di indagare sul fenomeno della “greedflation” – letteralmente, l’inflazione dell’avidità. Di cosa si tratta? Di aumenti di prezzo che non hanno nulla a che vedere con i costi reali, ma servono solo a gonfiare i margini di profitto della grande distribuzione.
Secondo l’associazione, quel 7,6% di differenza tra l’inflazione generale e i rincari alimentari non trova giustificazione nei costi di produzione o trasporto. Il problema sarebbe lo squilibrio di potere: le centrali d’acquisto della GDO concentrano la domanda di più insegne, costringendo i fornitori a trattare con un unico interlocutore che controlla volumi enormi. Risultato? Imposizioni unilaterali di contributi per finire sugli scaffali, promozioni fittizie e aste al ribasso che schiacciano i prezzi sotto la soglia di sostenibilità.
E c’è dell’altro sempre per l’associazione: quando i costi aumentano, i prezzi al consumo salgono immediatamente. Ma quando i costi scendono? Le riduzioni finiscono dritte nei margini operativi dei distributori, senza mai arrivare ai consumatori.
Il paradosso dei piccoli produttori
A metà gennaio, Confeuro aveva già lanciato l’allarme: gli agricoltori sono l’anello più debole della filiera. Ricevono una quota sempre più ridotta del valore finale dei prodotti, pur affrontando costi di produzione in costante crescita. L’inflazione, i prezzi al consumo e i costi produttivi stanno mettendo in ginocchio soprattutto i piccoli e medi produttori, marginalizzati dallo strapotere commerciale della grande distribuzione.
Anche Copagri ha rincarato la dose: su 100 euro spesi dai consumatori per prodotti freschi, agli agricoltori resta un utile di appena 6 euro. Il resto? Distribuito lungo una filiera dove gli equilibri di potere sono tutt’altro che equi.
I consumatori: carrello vuoto, scontrino pieno
Le associazioni dei consumatori hanno accolto l’indagine con un misto di soddisfazione e scetticismo. Assoutenti ha denunciato una “situazione paradossale”: le famiglie italiane spendono sempre di più per un carrello sempre più vuoto. I dati Istat confermano che tra ottobre 2021 e ottobre 2025 le vendite alimentari sono crollate in volume del 7,8%, mentre i prezzi sono saliti di quasi il 25%.
Per difendersi dai rincari, una famiglia su tre è stata costretta a tagliare gli acquisti alimentari. E molte hanno cambiato abitudini: nello stesso periodo, i discount hanno registrato un boom con un aumento delle vendite del 24,3%.
Il Codacons ha calcolato che l’aumento del 24,9% equivale a una stangata di 1.404 euro annui per una famiglia tipo rispetto al 2021. Per un nucleo con due figli, la cifra sale a 1.915 euro all’anno.
L’Unione Nazionale Consumatori, pur apprezzando l’iniziativa, ha chiesto che l’indagine non resti solo sulla carta: «Ci piacerebbe che, una volta evidenziate eventuali criticità, si prendessero provvedimenti concreti». Massimiliano Dona ha ricordato che l’Antitrust ha già il potere di imporre alle imprese misure strutturali o comportamentali per eliminare le distorsioni della concorrenza.
Anche Adoc ha sottolineato che la GDO rappresenta l’84% degli acquisti degli italiani, ma questo non può essere interpretato come una delega assoluta: «La fiducia che i consumatori consegnano alla grande distribuzione è un valore enorme, ma non è una carta in bianco».

La risposta della grande distribuzione
Federdistribuzione ha assicurato massima trasparenza e collaborazione con l’Antitrust. Il presidente Carlo Alberto Buttarelli ha difeso il ruolo della GDO: «Abbiamo operato fin dai primi picchi inflattivi nel 2022-2023 per frenare il rincaro. In questi anni il nostro settore è stato una barriera all’inflazione».
Buttarelli ha anche sollevato la questione dei costi energetici: «Siamo un settore fortemente energivoro con catene del freddo e banchi refrigerati, ma non siamo riconosciuti come industria energivora e non abbiamo gli aiuti previsti per questo tipo di imprese».
Sulla marca del distributore, accusata di rafforzare il potere contrattuale a scapito dei fornitori, Buttarelli ha ribattuto: «La private label è un calmieratore dei prezzi, garantisce qualità e accesso ai prodotti a una pluralità di persone. Non nasce per contrastare i grandi brand sugli scaffali».
Anche Mauro Lusetti, presidente di Conad e dell’Associazione distribuzione moderna, si è detto tranquillo: «Porteremo motivazioni all’Antitrust per chiarire ogni dubbio».
Il mondo agricolo: più trasparenza per tutti
Coldiretti ha accolto l’indagine con favore. «Più trasparenza c’è e meglio è», ha dichiarato il presidente Ettore Prandini, sottolineando che l’agricoltura negli ultimi decenni è stata «particolarmente penalizzata». Secondo Prandini, serve un dialogo proficuo con l’industria, la cooperazione e la distribuzione per riequilibrare i valori all’interno della filiera.
L’indagine dell’Antitrust
L’Autorità vuole approfondire diversi aspetti cruciali:
- Le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della GDO, anche attraverso cooperative, centrali e supercentrali
- I corrispettivi richiesti ai fornitori per servizi di vendita (inserimento in assortimento, collocamento a scaffale, promozioni, lancio di nuovi prodotti – il cosiddetto “trade spending”)
- Il peso crescente dei prodotti a marchio del distributore (private label)
Tutti temi che hanno un rilievo concorrenziale, perché incidono direttamente sulla formazione dei prezzi finali e sulle condizioni di accesso al mercato per i fornitori.
E ora?
L’indagine prosegue, e i soggetti interessati hanno potuto presentare contributi e osservazioni fino al 31 gennaio. Ora si attende che l’Antitrust analizzi i dati raccolti e – questo è l’auspicio dei consumatori – adotti provvedimenti concreti se emergeranno pratiche distorsive della concorrenza.
Perché, come ha ricordato Altroconsumo, c’è un serio problema di perdita del potere di acquisto in Italia. Tra il 2014 e il 2024, le retribuzioni medie dei lavoratori privati sono cresciute del 14,7%, ma a causa dell’inflazione i salari reali sono inferiori del 7,5% rispetto al 2021. E intanto, i prezzi della spesa alimentare – che rappresentano una quota significativa della spesa delle famiglie – continuano a crescere.
La domanda che tutti si pongono è semplice: perché quando i costi salgono, i prezzi volano immediatamente, ma quando i costi scendono, i prezzi restano lassù, incollati agli scaffali?
La risposta potrebbe arrivare da questa indagine. E stavolta, consumatori e produttori sperano che non resti solo sulla carta.
