Il mercato americano cade da cinque anni. Il Prosecco regge, ma il resto del vino italiano arranca tra dazi e prezzi in salita
È un dato scomodo, ma chiaro: per il quinto anno di fila, gli americani consumano meno vino. Il mercato Usa vale ancora circa 60 miliardi di dollari all’anno a livello al dettaglio — un peso notevole — ma la tendenza è inesorabile. Secondo le elaborazioni di Unione italiana vini (Uiv) su base Sipsource, nel 2025 le vendite nei supermercati, nelle enoteche e nei ristoranti sono scese dell’8,8% in volume e del 7,2% in valore. Non si tratta di un rovesciamento improvviso: in quattro anni i volumi totali consumati nel Paese si sono contratti del 20%.
A ridursi è il potere d’acquisto degli consumatori americani. Meno soldi in tasca significa meno bottiglie sul carrello della spesa.
E il vino italiano? Meno male degli altri, ma non bene
L’Italia chiude il 2025 in rosso anche sul mercato americano, ma con numeri migliori rispetto alla media: -5,2% a volume e -3% a valore. Non è una consolazione enorme, ma in un mercato dove i vini statunitensi — che rappresentano il 67% del totale dei consumi americani — cedono dell’8,6%, non è nemmeno da buttare via.
Secondo il lavoro svolto dall’Unione italiana vini (Uiv), in quattro anni i volumi dei vini italiani esportati negli Stati Uniti sono scesi del 12%, contro il 20% della media complessiva. L’Italia resta il primo fornitore di vini d’importazione sul territorio americano, ma il margine si restringe e il mercato non perdona chi non si adatta.

Chi la spassa e chi paga
Non tutto il vino italiano soffre allo stesso modo. C’è una divisione netta.
Il Prosecco è il vero motore: +3,7% nei valori, l’unica tipologia italiana che cresce. Oggi gli spumanti italiani valgono il 40% dell’intera spesa americana per vino italiano e, nella battaglia con la Francia nella categoria sparkling, l’Italia ha superato i francesi per la prima volta anche a valore: 47,5% contro il 46%. Non male per le bollicine.
Fra i rossi, resistono Chianti Classico e Brunello di Montalcino, nomi con una reputazione così consolidata da reggere anche in periodi difficili. Il resto delle denominazioni principali, però, arranca.
I bianchi scendono del 5,3%, i rosati e gli aromatizzati crollano di circa 20 punti. Le bollicine salvano il bilancio; tutto il resto contribuisce a far peggio.
Il problema dei prezzi tra gli scaffali
C’è un aspetto che lascia perplessi. Nel secondo semestre del 2025, i produttori italiani hanno tagliato i propri listini del 10% mediamente, per sostenere la vendita nel momento più difficile. Eppure, a dicembre, i prezzi nei negozi americani sono saliti del 4%.
Dove va la differenza? Al secondo passaggio della catena commerciale, ossia ai distributori e ai rivenditori americani. Il presidente di Uiv, Lamberto Frescobaldi, lo dice senza giri di parola: il trade americano sta facendo poco per mantenere viva la domanda, e questa strategia rischia di danneggiare soprattutto loro stessi nel medio termine.
I dazi: un’altra variabile scomoda
Sul tavolo c’è anche la questione dei dazi americani. In un momento in cui il mercato è già debole, un aumento dei costi di importazione rischia di colpire i prezzi al dettaglio ancora di più. L’Uiv spinge per accelerare nuovi accordi di libero scambio — Mercosur e India sono citati come priorità — proprio perché fidarsi solo del mercato americano sta diventando sempre meno prudente.
L’export italiano verso gli Stati Uniti chiuderà il 2025 con un calo del 9% a valore. Un numero che dice tutto sulla necessità di diversificare.
Come si muovono i concorrenti?
La Francia è riuscita a tenere quasi invariati i propri valori di vendita (-0,2%), complice una performance stabile dei Champagne e un maggior equilibrio nei bianchi. La Spagna, invece, scende del 4,7%. Fra i produttori del Nuovo Mondo, la Nuova Zelanda — leader nei bianchi — contiene i danni al -2,9%, mentre Australia, Cile e Argentina registrano perdite a doppia cifra.
Il quadro insomma è pessimistico per tutti, ma chi ha un brand forte e un prodotto ben posizionato riesce a limitare i danni. Il vino italiano ha ancora carte in regola in America, ma non può permettersi di restare fermo.
