Soave, il bianco veronese che si prende il mondo

Ilatium Morini propone tre vini da Garganega in purezza — biologico, cru e Recioto Docg — nelle colline di Mezzane di Sotto

Qualcuno ricordi al Soave che doveva essere un vino semplice. Un bianco da trattoria, da ordinare senza troppi pensieri durante il pasto. Invece, nell’arco di un decennio, la denominazione veronese si è trasformata in uno dei bianchi italiani più richiesti fuori dai confini e la famiglia Morini, a Mezzane di Sotto, in provincia di Verona, ha scommesso su questa svolta prima che diventasse ovvia.

Il dato di partenza non mente: tra 2015 e 2025 l’incidenza dei bianchi sulla produzione nazionale italiana è salita dal 47% al 60%, mentre i rossi sono scesi dal 51% al 37%, secondo le elaborazioni di BusinessOnLine. I dati Valoritalia aggiornati a fine 2025 rafforzano il quadro: i bianchi fermi crescono del 2,7%, gli spumanti dell’1%, i rossi perdono oltre il 13%. Non si tratta di una moda stagionale. È una correzione strutturale nei gusti dei consumatori, che cercano vini freschi, sapidi e con gradazione alcolica contenuta: il profilo esatto che la Garganega offre.

Ilatium Morini Soave

Tre vini, un solo vitigno

La cantina Ilatium Morini lavora su 50 ettari distribuiti tra Val di Mezzane, Val d’Illasi e Valpantena, territorio di famiglia da oltre sessant’anni, gestito oggi da sette membri dei Morini tra fratelli e cugini. Il catalogo Soave si articola in tre etichette, tutte da Garganega in purezza, che percorrono l’intera gamma espressiva del vitigno senza mai uscire dalla denominazione.

Il Soave Doc Biologico è la versione più diretta: paglierino tenue, naso su fiori bianchi e frutta a polpa chiara con qualche eco mentolata, finale di mandorla amara, quella nota che negli assaggi ciechi fa riconoscere subito la Garganega. In tavola funziona con il branzino al cartoccio, ma regge anche un risotto ai gamberi senza perdere il filo.

Il Soave Doc «Le Calle» sale di registro. Nasce da vigneti trentennali sopra i 100 metri di quota, impianti a pergola su suoli calcareo-argillosi. Passa per un appassimento di 30-40 giorni, non abbastanza da farne un passito, ma sufficiente da concentrarne i profumi, poi acciaio a temperatura controllata. Nel bicchiere è giallo paglierino luminoso, con pesca gialla, mela cotogna e bergamotto. Al palato morbido, giustamente acido e una struttura che può reggere qualche anno di bottiglia. A tavola si può portare con piatti di carne bianca con una buona struttura.

A chiudere il trittico, il Recioto di Soave Docg «Sette Dame». Appassimento da 90 a 120 giorni, poi 36 mesi in botti da 500 litri di rovere francese. Nel bicchiere è oro brillante, con datteri, frutta esotica matura e miele. Dolce, ma con una persistenza lunga e un finale di caramello che evita l’eccesso. È il tipo di vino che si porta a fine cena con una torta sbrisolona o con un pecorino stagionato e un cucchiaio di confettura di pere, e per qualche minuto la conversazione si interrompe.

L’estate tra i filari

L’occasione più vicina per assaggiare questi vini al loro posto d’origine arriva già il 26 e 27 giugno, con i primi due appuntamenti di «Ilatium tra le Vigne» 2026. Sono sette serate nei weekend, da giugno ad agosto, che a partire dalle 19.30 portano i visitatori direttamente tra i vigneti di Mezzane di Sotto. Formula senza fronzoli: degustazioni al tramonto, food truck, colline che fanno da quinta. Il Soave è il filo conduttore, affiancato dalle altre etichette della cantina.


Informazioni e prenotazioni su ilatiummorini.it.

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