Sicilia, l’enoturismo tiene mentre l’export frena

D’estate, tra vigneti e cantine, il turismo del vino genera oltre 3 miliardi di euro e attira sempre più visitatori stranieri

In Sicilia, dove si respira ancora l’aria della tradizione, della cantina del nonno che profuma di uva e del legno delle botti, il vino smette di essere un prodotto con un prezzo e un’etichetta e diventa un’esperienza da vivere lentamente, calice alla mano.

D’estate il sentiero tra i vigneti si apre come un invito ai turisti. Si entra in cantina, un luogo consacrato da anni di lavoro. Nella sala degustazioni arriva il momento di assaggiare l’identità della terra con un calice di vino siciliano, si impara la sua storia secolare e si scatta una foto-ricordo al panorama di filari.

Sarà la cartolina che finirà appesa al frigo.

È il tipo di turismo che sta tenendo in piedi un mercato messo alla prova dalle tensioni commerciali internazionali: esperienze che mettono insieme degustazioni, cultura e gastronomia, lasciando che a guidare sia il gusto della scoperta e non le lancette dell’orologio.

Sicilia, vini per l'estate
Sicilia, vini per l’estate

L’enoturismo che fa da “cuscinetto” alla crisi

Mentre l’etichetta italiana fatica sugli scaffali dei supermercati statunitensi, l’enoturismo in Italia è più vivace che mai. Secondo il primo report sul mercato turistico del vino di UniCredit e Nomisma Wine Monitor, presentato a Vinitaly 2026, nel 2025 il comparto ha generato oltre 3 miliardi di euro di valore per le cantine italiane, pari in media al 21% del loro fatturato.

Una cifra che contrasta con il quadro estero: nello stesso anno i dazi voluti da Donald Trump, le tensioni geopolitiche e la debolezza del dollaro hanno frenato le esportazioni di vino italiano, in particolare verso gli Stati Uniti, primo mercato extraeuropeo del settore, dove il calo in valore ha sfiorato il 9%.

Le esportazioni complessive di vino italiano nel 2025 si sono fermate a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% rispetto al 2024, scendendo per la prima volta sotto la soglia degli 8 miliardi.

Se i risultati sui mercati esteri preoccupano, bisogna tornare a guardare dentro lo Stivale. Soprattutto in Sicilia, meta amata da statunitensi ed europei per prendere il sole in spiaggia o degustare un bianco al tramonto: quasi il 75% delle cantine dell’isola registra ormai una prevalenza di clientela straniera, in arrivo soprattutto da Europa e Stati Uniti.

I vini siciliani: una garanzia della tradizione

Ai turisti americani, europei e italiani, la Sicilia propone la propria gamma di denominazioni, diverse l’una dall’altra ma con lo stesso carattere in bocca: un po’ fruttato, con una vena vulcanica sulla punta.

Non può mancare il Marsala, tra i primi vini liquorosi italiani diventati un caso internazionale, reso famoso dal mercante di Liverpool John Woodhouse. Nel 1773, spinto in porto da una tempesta mentre navigava verso Mazara del Vallo, assaggiò per caso il vino locale. Ne rimase talmente colpito da imbarcarne un lotto di circa 50 botti verso l’Inghilterra, addizionandolo con acquavite per preservarlo durante il lungo viaggio per mare.

Anche il Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia, nato nel 2012 per rappresentare il vino del territorio, porta in tavola la propria denominazione, Sicilia DOC, tra una pasta alla Norma e un fritto di pesce: tra i protagonisti, l’Insolia, il Grillo e il Nero d’Avola Sicilia DOC.

L’Insolia, conosciuta anche come Inzolia o, in Toscana, come Ansonica, è uno dei vitigni a bacca bianca più antichi di Sicilia, con radici che secondo alcuni studiosi risalgono alla colonizzazione greca dell’isola. Cresce soprattutto nelle zone costiere e nelle basse colline vicino al mare, ed è, insieme al trapanese Grillo, uno dei simboli dell’enologia siciliana, così come il Nero d’Avola, il rosso rubino dell’entroterra che i viticoltori chiamavano in dialetto «Calaulisi», da «calea», cioè uva, e «Aulisi», riferito alla città di Avola, in provincia di Siracusa.

L’enoturismo non è solo il vino sapido dell’Etna, la cantina che profuma di umidità o il panorama di vigneti a perdita d’occhio. È tutte queste cose insieme, unite a una tradizione che resiste anche nell’acino più piccolo.

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