Proteine vegetali: il mercato italiano vale 669 milioni

A Roma il convegno Agronetwork fotografa un settore in crescita del 4,5% nel 2025 e traccia le sfide per la filiera nazionale

Il mercato italiano dei principali prodotti vegetali alternativi ha chiuso il 2025 a 669 milioni di euro, con una crescita del 4,5% sull’anno precedente e un incremento delle vendite in volume del 16,9% nel biennio 2023-2025. Numeri che hanno aperto il dibattito a un recente convegno romano, dove Agronetwork ha riunito a Palazzo della Valle, sede di Confagricoltura, agricoltori, ricercatori, aziende e rappresentanti istituzionali per discutere di opportunità concrete e di quello che ancora manca.

L’incontro «Proteine vegetali e nuove opportunità per il settore agroalimentare», realizzato in collaborazione con il progetto europeo ValPro Path e con il patrocinio dell’Accademia dei Georgofili, ha messo in fila dati di mercato, esperienze di impresa e posizioni della ricerca scientifica. Il risultato è un quadro in chiaroscuro: il mercato cresce, ma la filiera produttiva italiana arranca.

Il consumatore chiede equilibrio, non ideologia

Ad aprire i lavori è stata Giulia Callini, segretaria generale di Agronetwork, che ha illustrato la ricerca di Format Research sulle nuove tendenze alimentari. Il ritratto che ne emerge è quello di un consumatore attento alla composizione dei prodotti, alla sostenibilità e all’equilibrio nutrizionale, senza rincorrere mode radicali. Le proteine vegetali, in questo quadro, si inseriscono coerentemente nel modello della dieta mediterranea, senza sostituire ma affiancando le fonti animali.

Legumi
Legumi

Ilaria Bertini, responsabile Italia del Good Food Institute Europe, ha fornito i numeri di mercato: la crescita è trainata soprattutto dalla distribuzione moderna e dalla fascia di consumatori tra i 25 e i 45 anni, con una penetrazione crescente anche nei segmenti premium.

Dalle rotazioni al piatto: la filiera che manca

Remigio Berruto, dell’Università degli Studi di Torino e partner del progetto ValPro Path, ha tracciato il quadro delle colture proteiche in Italia e in Europa, segnalando le lacune strutturali: scarsa programmazione, filiere incomplete, dipendenza dalle importazioni di soia extra-Ue.

Il tema è stato ripreso da Deborah Piovan, presidente Fnp Proteoleaginose di Confagricoltura: «Le colture proteoleaginose possono diversificare l’offerta proteica, creando filiere nuove e più redditizie per gli imprenditori agricoli, ma servono ricerca, programmazione e una visione industriale che colleghi il campo al mercato».

Philip Thurn Valsassina, presidente Fnp Cereali da Foraggio di Confagricoltura, ha aggiunto la prospettiva agronomica: l’inserimento delle leguminose nelle rotazioni migliora la gestione del suolo, riducendo la dipendenza dai fertilizzanti azotati in un momento in cui i loro costi restano elevati.

Ricerca e biotecnologie al centro

La tavola rotonda «Dalla scienza al piatto: ricerca, biotecnologie e nutrizione», moderata da Daniele Rossi, delegato ricerca e innovazione di Confagricoltura, ha approfondito il contributo della scienza lungo tutta la filiera.

Tra i relatori, Marina Carcea dell’Accademia dei Georgofili, Luigi Galimberti, coordinatore del Gruppo di Lavoro Agritech di Assobiotec-Federchimica, e Laura Rossi, dirigente di ricerca e direttrice del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità. Spazio anche alle esperienze di impresa con Marco Berardo Di Stefano, presidente di Fattoria Solidale del Circeo, e Annibale Pancrazio, amministratore delegato di Pancrazio Spa.

Autonomia alimentare, non solo sostenibilità

Sara Farnetti, presidente di Agronetwork, ha inquadrato la questione in termini strategici: «Le proteine vegetali sono un tema strategico in Europa perché riguardano innovazione, competitività, sicurezza alimentare e nuove abitudini di consumo». La dipendenza dalle importazioni extra-Ue pesa su un settore agroalimentare che, secondo i dati citati nel convegno, genera oltre 700 miliardi di euro di valore lungo l’intera filiera italiana.

Rafforzare la produzione interna di colture proteiche significa lavorare su qualità, tracciabilità e legame con il territorio: asset che l’Italia possiede e che restano sottoutilizzati sul fronte delle proteine vegetali. La strada indicata dagli esperti presenti a Roma passa per più ricerca applicata, contratti di filiera stabili e politiche europee che rendano conveniente coltivare leguminose invece di importarle.

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