AquaFarm 2026: il settore affronta la trasparenza obbligatoria sulla provenienza del pesce, spesso ignorata e molte altre sfide
Metà del pesce che si consuma in Italia finisce nei ristoranti, nelle mense, nei catering. Un mercato enorme, che vale appunto il 50% di tutti i consumi ittici nazionali. Eppure in questo canale le regole sull’etichettatura — quelle che nei supermercati obbligano a indicare origine e metodo di pesca — vengono sistematicamente aggirate o ignorate. Ne hanno parlato durante la tavola rotonda conclusiva di AquaFarm 2026, la mostra-convegno internazionale di Pordenone dedicata ad acquacoltura e pesca, giunta alla sua nona edizione con oltre 2.000 partecipanti.
Il tema del mislabeling — termine tecnico per indicare le false o carenti dichiarazioni sull’origine del pesce — è stato uno dei fili conduttori di questa edizione. Non è una questione astratta: riguarda chi mangia in trattoria, in mensa o in un ristorante di pesce senza sapere se il branzino nel piatto venga dal Mediterraneo, dall’Atlantico o da un allevamento norvegese.
Sapere cosa si mangia: la tracciabilità come diritto
Matteo Leonardi, presidente di API (Associazione Piscicoltori Italiani), è stato diretto sul punto: assicurare la tracciabilità del pesce nella ristorazione non è solo un obbligo burocratico, ma uno strumento per tutelare chi mangia e per valorizzare le produzioni italiane. Un pesce allevato in Italia, con controlli sanitari rigorosi e metodi sostenibili, non può e non deve essere equiparato a un prodotto d’importazione di cui si sa poco o nulla.

Il tema è stato affrontato anche nel bilaterale Italia-Spagna, appuntamento che riunisce le associazioni di categoria dei due principali paesi mediterranei dell’acquacoltura. L’etichettatura nel canale della ristorazione è risultata una preoccupazione condivisa su entrambi i lati del confine.
L’acquacoltura italiana: più grande di quanto si pensi
Spesso associata a qualcosa di industriale e lontano dalla tradizione, l’acquacoltura è in realtà una realtà produttiva radicata nel territorio italiano. Trote, orate, spigole, cozze, vongole, ostriche: buona parte del pesce fresco che si trova sulle tavole italiane viene da allevamenti nazionali, non da flotte che battono oceani lontani.
Federico Pinza, presidente di AMA (Associazione Mediterranea Acquacoltori), ha ricordato come la molluschicoltura — cioè l’allevamento di mitili, vongole e ostriche — rappresenti uno dei segmenti più sostenibili dell’intera filiera alimentare. È un’attività che non richiede mangimi, filtra l’acqua marina e contribuisce alla salute degli ecosistemi costieri. I progetti europei in corso, come Marinet, puntano anche a rilanciare l’ostrica piatta autoctona, una specie che rischia di scomparire dal Mediterraneo.
La pesca artigianale: identità culturale in cerca di futuro
Novità di questa edizione è stata AquaFishery, uno spazio dedicato alla pesca artigianale e professionale su piccola scala. Non si tratta di folklore: i piccoli pescatori presidiano coste e lagune, mantengono vive pratiche tradizionali e riforniscono mercati locali che altrimenti sarebbero dipendenti dall’importazione.
Il quadro però non è semplice. Le conferenze hanno messo in luce le difficoltà del settore: concorrenza internazionale, costi crescenti, normative complesse, invecchiamento della forza lavoro. La ricerca prova a dare una mano con strumenti concreti: nuove tecnologie per facilitare l’accesso ai mercati, e metodi innovativi per ridurre la presenza di mercurio nel pescato, un problema sanitario reale in alcune specie e zone di pesca.
Alghe e futuro: il mare come campo da coltivare
Meno visibile ma sempre più rilevante è il tema delle macroalghe. La Commissione Europea e la FAO stanno spingendo verso modelli di acquacoltura rigenerativa e multitrofica, in cui le alghe svolgono un ruolo centrale: purificano l’acqua, assorbono CO₂, producono biomassa utile per l’alimentazione umana e animale.
Nel Mediterraneo questa coltivazione è ancora agli inizi, ma le sessioni di AlgaeFarm hanno tracciato un quadro di possibilità concrete. Parallelamente, il settore sta esplorando le potenzialità dell’intelligenza artificiale e della robotica applicata agli allevamenti ittici, un fronte in rapida evoluzione.
Cosa porta a casa il consumatore
Da una due giorni densa di tecnicismi emergono alcune indicazioni pratiche per chi vuole fare scelte più consapevoli al momento dell’acquisto o al ristorante.
Chiedere l’origine del pesce al ristorante è un diritto: la normativa europea lo prevede, anche se spesso non viene rispettata. Preferire prodotti con etichette chiare e complete, che indichino zona di pesca o paese di allevamento, è il primo passo. Il pesce di acquacoltura italiana non è necessariamente inferiore a quello “selvaggio”: in molti casi è più controllato, più fresco e prodotto con un impatto ambientale misurabile.
Il settore ittico italiano ha tutte le carte in regola per competere sulla qualità. Il problema, come emerso chiaramente a Pordenone, è che questa qualità non sempre riesce a comunicarsi fino al piatto del consumatore finale.
