Agricoltura italiana: tra innovazione e ritardo

Solo il 12% delle aziende agricole italiane ha investito in innovazione negli ultimi 5 anni. Biologico in crescita, ma forte divario Nord-Sud

Dodici aziende su cento. È questa la quota di imprese agricole italiane che, tra il 2019 e il 2024, ha messo mano a processi di innovazione — nuove tecniche di produzione, nuovi modi di gestire l’azienda. Lo dice l’Indagine Multiscopo dell’Agricoltura condotta dall’Istat nell’ambito del Censimento Permanente dell’Agricoltura.

Non è poco, se si considera la complessità strutturale del settore primario italiano, fatto in larga parte di piccole realtà familiari. Ma non è nemmeno un risultato da celebrare: la strada verso un’agricoltura moderna, resiliente e davvero sostenibile è ancora lunga, e i dati lo mostrano con chiarezza.

Il divario che non sorprende: Nord avanti, Sud indietro

La geografia dell’innovazione agricola in Italia ricalca quella economica del Paese. Nel Nord-est, il 24,5% delle aziende ha innovato. Nel Nord-ovest, il 19,4%. Spostandosi verso il Centro si scende al 10%, si arriva al 6,2% nel Sud e all’8,1% nelle Isole.

Non si tratta solo di volontà: chi innova lo fa prevalentemente con risorse proprie (76,5% dei casi), e la disponibilità di capitali privati è storicamente più alta al Nord. Nel Mezzogiorno, invece, la Politica Agricola Comune (PAC) copre gli investimenti nel 59,7% dei casi nel Sud e nel 54,5% nelle Isole, contro il 25% del Nord-est. Un dato che dice molto sulla dipendenza strutturale di certe aree dai fondi pubblici.

Chi invece riesce a investire, nel Mezzogiorno lo fa in modo più diversificato: le aziende del Sud e delle Isole tendono a distribuire gli interventi su più fronti contemporaneamente, con una particolare attenzione alla gestione delle risorse idriche (51,1% nel Sud, 55,7% nelle Isole) e al contrasto alle malattie delle colture (60,1% nel Sud). Problemi concreti, dettati da un clima sempre più difficile.

Lavori nei campi
Lavori nei campi

Cosa spinge le aziende a innovare

Tra chi ha scelto di investire, i benefici percepiti sono concreti. L’82,2% delle aziende innovatrici giudica positiva l’innovazione per quanto riguarda l’ottimizzazione della produzione. Il 72,5% apprezza i miglioramenti nella gestione dei mezzi di produzione, e il 63,6% registra una riduzione dei costi operativi.

Meno chiaro, invece, l’impatto sulla gestione delle risorse idriche e sul controllo delle malattie delle colture: su questi fronti, circa la metà degli operatori considera i benefici marginali o nulli. Ma qui conta di nuovo la geografia: nel Mezzogiorno, dove l’acqua è un problema reale e le malattie delle colture colpiscono più duramente, i giudizi positivi salgono sensibilmente.

L’agricoltura 4.0 resta un miraggio per molti

Droni, sensori, mappe satellitari, sistemi di dosaggio automatico dei fitosanitari: l’agricoltura di precisione esiste, ed è già realtà in molte aziende europee. In Italia, però, l’adozione di queste tecnologie è ancora molto limitata. Solo il 5,9% delle aziende che non le utilizzano ha dichiarato l’intenzione di farlo entro il 2027.

Il principale ostacolo è economico: il 38,1% degli imprenditori cita la mancanza di risorse finanziarie come freno principale. Nel Sud la quota sale al 45,5%, nelle Isole al 41,9%. Al problema economico si somma quello delle competenze: il 28,8% delle aziende segnala la mancanza di personale con adeguate conoscenze tecniche. Anche qui, il peso è maggiore nel Mezzogiorno.

Nel Nord, invece, prevale un diverso atteggiamento: molte aziende ritengono semplicemente che certe tecnologie non siano necessarie per il loro contesto produttivo (61% nel Nord-ovest, 65% nel Nord-est). Può essere una valutazione razionale, ma può anche essere una forma di resistenza culturale che nel tempo si potrebbe tradurre in svantaggio competitivo.

Il biologico cresce, ma resta una nicchia

L’8% delle aziende agricole italiane pratica l’agricoltura biologica — sia quelle già certificate, sia quelle in fase di conversione. La superficie agricola gestita con metodi biologici ha superato i 2,5 milioni di ettari, pari al 20,2% della superficie agricola utilizzata nazionale. Un dato che colloca l’Italia tra i Paesi europei più avanzati su questo fronte, anche se l’obiettivo UE del 25% entro il 2030 resta ancora da raggiungere.

Il biologico è distribuito in modo disomogeneo: è più diffuso nel Centro-Sud (27,7% nel Centro, 26,6% nel Sud), mentre il Nord registra percentuali molto più basse (7,8% nel Nord-ovest, 13,2% nel Nord-est). La spiegazione non è univoca: nel Mezzogiorno, le condizioni climatiche e la vocazione produttiva di certi territori si prestano meglio alle pratiche biologiche; al Nord, l’agricoltura intensiva e le colture specializzate spingono in direzione diversa.

Interessante capire perché un’azienda sceglie il biologico. La motivazione principale, dichiarata dal 79,4% degli operatori biologici, è la ricerca di una maggiore qualità del prodotto. Seguono l’attesa di profitti più alti (54,8%) e una domanda di mercato percepita come più elevata (53,6%). Non una scelta ideologica, dunque, ma una valutazione economica e qualitativa.

La dimensione aziendale incide molto: tra le grandi aziende (oltre 50 ettari), il 26% pratica il biologico. Tra quelle piccole (fino a 10 ettari), la quota si ferma al 5,4%. Gestire la conversione e la certificazione biologica richiede risorse e organizzazione che le aziende minori faticano a mettere in campo.

La lavorazione del suolo: i vecchi metodi resistono

Il 74,7% delle aziende agricole italiane usa ancora tecniche di lavorazione convenzionale del suolo. Solo il 14,2% ha adottato pratiche conservative — quelle che minimizzano il disturbo del terreno, mantengono una copertura vegetale permanente, migliorano la fertilità e riducono l’erosione.

Le tecniche conservative sono più diffuse nelle Isole (19,2%) e nel Centro (16%), proprio dove l’erosione del suolo è percepita come problema più urgente: oltre il 52% delle aziende italiane ritiene l’erosione un problema rilevante, quota che sale al 59% nel Sud e al 60,6% nelle Isole.

Tra chi usa pratiche conservative, il 65,2% applica la rotazione delle colture e il 61,8% la loro diversificazione. Sono tecniche semplici, non costose, efficaci: eppure ancora minoritarie. La loro adozione cresce con le dimensioni aziendali — le grandi aziende arrivano al 26,1% di uso conservativo — ma resta lontana da una diffusione capillare.

Azienda agricola con impianto fotovoltaico
Azienda agricola con impianto fotovoltaico

Energie rinnovabili: il sole non è uguale per tutti

Solo il 5,2% delle aziende agricole ha utilizzato nel 2024 impianti per produrre energia da fonti rinnovabili, per autoconsumo o per la vendita. Il fotovoltaico è la tecnologia più diffusa tra chi ha fatto questa scelta (84,8% dei casi), seguito dagli impianti solari termici (32,6%).

Il divario geografico è ancora una volta marcato: nel Nord-est si arriva al 12,9%, nel Nord-ovest al 9,8%. Nel Sud ci si ferma all’1,7%, nelle Isole al 2,5%. Una differenza enorme, difficile da spiegare solo con il clima — il Sud ha in media più ore di sole del Nord. Le ragioni sono ancora una volta economiche e strutturali: meno capitali disponibili, meno accesso al credito, meno capacità di intercettare gli incentivi.

Entro il 2026, il 2,7% delle aziende che oggi non usano rinnovabili dichiara di volerle adottare. Una percentuale modesta, che tuttavia cresce significativamente passando dalle piccole (1,9%) alle grandi aziende (6,9%).

L’agricoltura circolare: più di metà ci prova

Il dato forse più incoraggiante riguarda l’agricoltura circolare. Il 53,7% delle aziende agricole italiane ha dichiarato di aver introdotto almeno una pratica riconducibile a questo modello — quello che trasforma scarti e sottoprodotti in risorse, chiude i cicli produttivi e riduce l’impatto ambientale.

Le pratiche più diffuse sono la riduzione dei pesticidi chimici (37% delle aziende che hanno adottato pratiche circolari) e la riduzione dei fertilizzanti (35,7%). Meno diffusi il reimpiego dei residui di produzione (20,1%) e quasi marginali i processi di carbon farming, cioè la cattura di carbonio nel suolo (2,9%).

Anche qui, la dimensione conta: le grandi aziende arrivano al 75,8% di adozione di pratiche circolari, le piccole si fermano al 48,3%. E il Nord-est guida la classifica con il 63,7%, mentre il Sud si attesta al 46,3%.

Cosa resta da fare

Il quadro che emerge dall’indagine Istat non è quello di un settore immobile. Qualcosa si muove — nel biologico, nell’agricoltura circolare, nell’uso delle rinnovabili. Ma i ritmi sono lenti, le disparità territoriali sono profonde e la transizione verso modelli agricoli pienamente sostenibili è ancora, come scrive lo stesso Istat, “in una fase preliminare”.

Per chi acquista cibo — e cioè tutti — questo significa che dietro un’etichetta “biologico” o “sostenibile” si nasconde una realtà complessa, fatta di scelte faticose, vincoli economici reali e differenze enormi da un capo all’altro del Paese. Capire come funziona il sistema agricolo italiano non è un esercizio accademico: è il presupposto per scegliere in modo più consapevole.

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