Una nuova normativa ridisegna il futuro del vino italiano, tra fondi per l’enoturismo, estirpazioni finanziate e più potere ai Consorzi
Trentadue parole per definire una crisi: calo dei consumi, cambiamento climatico, pressione sui prezzi, eccedenze di magazzino. Il vino italiano attraversa una fase difficile e servono strumenti concreti. Il Pacchetto Vino 2026, che sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale a febbraio, prova a dare risposte pratiche a problemi concreti.
Non è la solita riforma sulla carta. Qui si parla di soldi veri per strappare vigneti che non rendono più, fondi europei e nazionali cumulabili per promuovere il vino all’estero, sostegno all’enoturismo anche per i Consorzi. E soprattutto un cambio di rotta: i Consorzi di tutela passano da semplici organismi di vigilanza ad attori veri del governo del settore.
Più soldi per farsi conoscere all’estero
Il primo punto da capire riguarda la promozione. Fino a oggi i fondi per promuovere i vini italiani sui mercati internazionali arrivavano principalmente dall’Europa, con un contributo massimo del 50%. Con il nuovo Pacchetto, i fondi potranno beneficiare sia di contributi europei (fino al 60%) sia di aiuti nazionali cumulabili fino al 30%. In pratica, i Consorzi avranno più risorse per raccontare i loro vini nel mondo, fino al 90% delle spese coperte. Per territori come Barbera d’Asti, Moscato, Gavi o Prosecco, significa poter programmare campagne più strutturate e durature.

Vigneti che non rendono: arrivano i fondi per strappare
Argomento delicato, ma reale. Ci sono vigneti che non sono più remunerativi: produzioni che non trovano mercato, uve da vino economico che rimangono invendute, zone dove coltivare costa più di quanto si incassi. I fondi dell’OCM potranno finanziare anche le estirpazioni, con contributi che possono arrivare fino al 100% delle spese sostenute, combinando risorse europee e nazionali.
L’obiettivo è riequilibrare il mercato, evitare eccedenze che fanno crollare i prezzi e permettere ai viticoltori di uscire da situazioni insostenibili senza rovinarsi. Non è un incentivo a estirpare a caso, ma uno strumento per gestire le crisi in modo razionale.
Enoturismo: finalmente fondi anche per i Consorzi
Visitare cantine, partecipare a degustazioni, percorrere le strade del vino. L’enoturismo funziona e genera valore economico per i territori. Finora però i Consorzi di tutela non potevano accedere direttamente ai fondi europei dedicati a questo settore. Il Pacchetto Vino cambia le carte in tavola: il pacchetto vino introduce un sostegno aggiuntivo rivolto a Consorzi di tutela e organizzazioni dei produttori (Dop e Igp) per promuovere attività enoturistiche finanziate dall’Ue.
Come sottolineano i rappresentanti piemontesi di Federdoc, l’enoturismo ha senso solo se ci sono vigne vive e viticoltori che possono coltivarle dignitosamente. Il nuovo provvedimento riconosce questo legame tra accoglienza, territorio e produzione.
Torna il prezzo raccomandato per le uve
Qui si entra nel campo minato della governance. Il Pacchetto Vino riammette la possibilità per i Consorzi di indicare un prezzo minimo raccomandato per le uve destinate ai vini a denominazione. Non è un prezzo imposto, ma un riferimento. L’idea è contrastare la speculazione e proteggere i produttori di uva, soprattutto nelle fasi di mercato più difficili.
Attenzione però: le autorità nazionali di garanzia potranno sospendere, modificare o annullare questa raccomandazione se ravvisano problemi di concorrenza o contrasti con la politica agricola europea. È uno strumento fragile, ma esiste.

Distillazione di crisi: ritorno al passato?
La distillazione di crisi è una misura controversa. In pratica, quando ci sono eccedenze di vino che non si riescono a vendere, invece di lasciarlo nei serbatoi a deprezzarsi, si può distillare con il sostegno di fondi pubblici nazionali e risorse europee di crisi. Non piace a tutti, ma il Pacchetto Vino la riammette come strumento di gestione delle emergenze di mercato.
Chi ci guadagna?
I viticoltori che hanno vigneti in zone difficili e che possono finalmente accedere ad aiuti concreti per estirpare. I Consorzi, che avranno più fondi per promuovere i loro vini all’estero e per sviluppare l’enoturismo. I territori, se il sistema funziona, perché un vigneto gestito in modo sostenibile genera più valore di uno abbandonato.
Il consumatore finale cosa ci guadagna? Dipende. Se il Pacchetto aiuterà a razionalizzare la produzione, eliminare le eccedenze e concentrare gli sforzi sulla qualità, ci saranno vini migliori sul mercato. Se invece diventerà solo un modo per distribuire sussidi senza una visione strategica, probabilmente poco.
Le criticità restano
Filippo Mobrici e Massimo Marasso, rispettivamente vicepresidente e consigliere nazionale di Federdoc, sono chiari: il Pacchetto Vino è un punto di partenza, non di arrivo. Serve una visione condivisa per i prossimi dieci anni, una sinergia vera tra Consorzi, filiere produttive e politica. L’idea è quella di “Stati Generali del vino”, un momento di confronto serio da cui far discendere azioni concrete.
Il rischio è che il Pacchetto si trasformi in un insieme di misure applicate male, senza coordinamento. Il potenziale c’è, ma servirà la capacità del sistema vitivinicolo italiano di fare squadra.
Cosa cambia per chi beve vino
In teoria nulla a breve termine. Sugli scaffali ci saranno le stesse bottiglie. A medio termine, se il Pacchetto funziona, si potrebbe trovare denominazioni più curate, meno vini mediocri sul mercato, più iniziative di enoturismo nei territori. E forse, ma è un forse grosso, prezzi più stabili.
Il Pacchetto Vino 2026 è uno strumento. Come tutti gli strumenti, dipende da chi lo usa e come lo usa. Per ora c’è sulla carta. A febbraio sarà legge. Poi vedremo sul campo cosa cambierà davvero.
