Il settore genera 200 miliardi di export con 76.000 imprese. L’agroalimentare cresce ma deve affrontare la sfida climatica
Il Made in Italy pesa come un macigno sull’economia italiana, ma forse non ce ne rendiamo conto abbastanza. Parliamo di appena 76.000 aziende – il 7,8% delle società italiane – che da sole producono quasi la metà delle esportazioni del Paese: 200 miliardi di euro. Un dato che emerge dal “Made in Italy Monitor 2025” di Cerved e che mette nero su bianco quanto valgano davvero i settori che ci rappresentano nel mondo.
Nel 2023 queste imprese hanno generato ricavi per 637 miliardi di euro, creando un valore aggiunto di 155 miliardi: il 17,2% del totale nazionale. Numeri che parlano chiaro e che coinvolgono 1,8 milioni di lavoratori.
L’agroalimentare tiene il passo
Tra i sei macrosettori analizzati – agroalimentare, moda, arredo, automazione e meccanica, mezzi di trasporto e farmaceutica – l’agroalimentare si difende bene. Con 124 miliardi di euro di fatturato nel 2023, è il secondo comparto per dimensioni dopo automazione e meccanica (209 miliardi).

La crescita del settore negli ultimi dieci anni è stata del 5%, una performance che ha contribuito a portare l’intero Made in Italy a un +4,3% nel decennio. Le previsioni per il biennio 2025-2026 confermano questa tendenza: l’agroalimentare dovrebbe registrare una crescita cumulata intorno all’8%, tra i risultati migliori insieme al farmaceutico.
Micro-imprese e vocazione territoriale
Il settore food italiano ha una caratteristica particolare: è fatto principalmente di piccole realtà. Le microimprese rappresentano il 70,6% del totale, una percentuale più alta rispetto ad altri comparti dove dominano i grandi gruppi. Dal punto di vista geografico, l’agroalimentare contribuisce in modo significativo al Made in Italy del Sud Italia (18,6% delle imprese totali) e del Centro (22,2%).
Solo il 9,3% delle aziende opera all’interno di distretti industriali, una quota inferiore rispetto alla moda (30%) o all’arredo (13,5%). Ma quando si parla di innovazione, il settore non sta a guardare: la capacità di accedere agli aiuti pubblici per innovazione e competitività è del 62%, contro il 44,1% del resto dell’economia.
La sfida del clima
Qui arriva il nodo più complicato. Quasi 4 aziende su 10 della filiera agroalimentare sono particolarmente esposte ai rischi climatici, una percentuale superiore alla media nazionale (1 su 5). Eventi meteorologici estremi possono danneggiare gli asset produttivi e impattare direttamente sulla produzione.
Il rischio di transizione è altrettanto rilevante: il 45,2% delle imprese agroalimentari dovrà investire pesantemente nel processo di decarbonizzazione. La filiera zootecnica – carne e latticini – è sotto particolare pressione per le emissioni di gas serra, il consumo d’acqua e l’uso del suolo.

Sostenibilità: bene ma non benissimo
Nonostante le criticità, le performance ESG del settore sono in linea con la media manifatturiera: oltre il 60% delle imprese ha una valutazione eccellente secondo Cerved Rating Agency. L’agroalimentare si colloca al terzo posto per sostenibilità con il 64% di aziende ai livelli più elevati, dopo farmaceutico (prima posizione) e mezzi di trasporto (80%).
Interessante il dato sulla comunicazione: il 20% delle aziende agroalimentari pubblica report di sostenibilità su base volontaria, la percentuale più alta tra tutti i settori analizzati. Un segnale di attenzione crescente verso questi temi, anche se la strada da fare è ancora lunga.
Solidità finanziaria in crescita
Sul fronte del rischio creditizio, l’agroalimentare sta migliorando. Secondo il Cerved Group Score, oltre il 70% delle imprese sarà in area sicurezza e solvibilità nel 2026, un progresso notevole per un settore tradizionalmente considerato più fragile. La redditività prevista per il biennio si manterrà intorno al 6,5%, dimostrando una resilienza maggiore rispetto ad altri comparti manifatturieri.
Il Made in Italy dell’agroalimentare, insomma, continua a correre. Ma dovrà farlo sempre più spesso guardando al meteo e alle politiche climatiche, non solo ai mercati internazionali.
