Fame globale: il pianeta è diviso a metà

Mentre l’obesità cresce nei paesi ricchi, 673 milioni di persone soffrono ancora la fame. L’Africa verso una crisi demografica senza precedenti

La fame nel mondo ha due facce. Da una parte diminuisce globalmente – dall’8,7% del 2022 all’8,2% del 2024 – dall’altra cresce drammaticamente in Africa e Asia occidentale. È il quadro che emerge dal rapporto SOFI 2025 delle Nazioni Unite, presentato ad Addis Abeba con un dato che fa riflettere: mentre 673 milioni di persone non hanno abbastanza cibo, l’obesità negli adulti è salita dal 12,1% al 15,8% in dieci anni.

Il paradosso del cibo

Non è solo una questione di numeri. È il simbolo di un mondo spaccato in due. In Asia meridionale e America Latina la situazione migliora, ma in Africa oltre 307 milioni di persone – il 20% della popolazione – soffrono la fame. In Asia occidentale sono 39 milioni, il 12,7% degli abitanti.

Il problema non è la mancanza di cibo sul pianeta, ma la sua distribuzione. Mentre milioni di persone non riescono a permettersi una dieta adeguata, altri consumano troppo. È il “doppio fardello della malnutrizione”, come lo chiamano gli esperti: da una parte chi muore di fame, dall’altra chi si ammala per eccesso di cibo.

La disponibilità di cibo non è uguale per tutti
La disponibilità di cibo non è uguale per tutti

La bomba demografica africana

Le proiezioni demografiche sono allarmanti. Entro il 2030, delle 512 milioni di persone che potrebbero essere cronicamente denutrite, il 60% vivrà in Africa. Non è solo un numero: significa che mentre la popolazione africana crescerà rapidamente, la capacità di nutrirla non terrà il passo.

L’Africa ha la popolazione più giovane del mondo, con un’età media di 19 anni contro i 43 dell’Europa. Entro il 2050 avrà 2,5 miliardi di abitanti, il doppio di oggi. Se non si interviene ora, questa crescita demografica si scontrerà con la mancanza di risorse alimentari, creando una crisi umanitaria senza precedenti.

Perché i prezzi non scendono

C’è un altro paradosso: nonostante il calo delle quotazioni di grano e riso dopo la pandemia e la guerra in Ucraina, i prezzi al consumo nei paesi poveri non sono diminuiti. Il capo economista della FAO, Maximo Torero, spiega: «Un aumento del 10% dei prezzi alimentari porta a un aumento del 3,5% dell’insicurezza alimentare».

Il problema è strutturale: tra il prezzo delle materie prime e quello che pagano i consumatori ci sono troppi passaggi, poca concorrenza, costi di trasporto ed energia che non scendono. Risultato: chi ha poco non beneficia mai dei ribassi.

Il pasto di bambini di un orfanotrofio in Africa
Il pasto di bambini di un orfanotrofio in Africa

Le strategie del futuro

La soluzione non può essere solo aumentare la produzione. Bisogna ripensare l’intero sistema alimentare.

Diversificare i fornitori – Non dipendere solo da pochi grandi produttori di cereali per evitare shock quando ci sono crisi o conflitti.

Migliorare la distribuzione – Creare filiere più corte ed efficienti, soprattutto nei paesi poveri.

Investire nell’agricoltura locale – Aiutare i piccoli produttori africani e asiatici a modernizzarsi senza dipendere dalle importazioni.

Ridurre gli sprechi – Nei paesi ricchi si butta un terzo del cibo prodotto, nei paesi poveri si perde per mancanza di infrastrutture.

Cosa può fare il singolo

Ognuno può fare qualcosa, non serve diventare benefattori per fare la differenza. Basta cambiare alcune abitudini.

Comprare locale e di stagione – Riduce i costi di trasporto e sostiene l’economia del territorio.

Sprecare meno – Pianificare la spesa, conservare meglio gli alimenti, riutilizzare gli avanzi.

Scegliere prodotti sostenibili – Privilegiare aziende che investono in pratiche agricole rispettose dell’ambiente.

Informarsi – Capire da dove viene il cibo che mangiamo e quali sono le sue conseguenze sociali e ambientali.

Sostenere progetti concreti – Ci sono organizzazioni che lavorano direttamente con i piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo.

La realtà dei numeri

I dati del rapporto ONU sono chiari: 2,3 miliardi di persone hanno vissuto insicurezza alimentare nel 2024. Tra queste, solo un terzo dei bambini tra 6 e 23 mesi e due terzi delle donne in età fertile hanno accesso a una dieta diversificata.

L’anemia tra le donne è aumentata dal 27,6% al 30,7%. Significa che milioni di madri non riescono a nutrire adeguatamente né se stesse né i loro figli, creando un circolo vizioso di malnutrizione che si trasmette di generazione in generazione.

Il tempo stringe

Come ha detto il direttore generale della FAO, Qu Dongyu: «Non possiamo accettare un futuro in cui intere regioni vengano lasciate indietro». Il mondo ha gli strumenti tecnici e le risorse economiche per eliminare la fame. Quello che manca è la volontà politica di farlo.

La sfida non è solo umanitaria, è anche economica e geopolitica. Un miliardo di africani affamati entro il 2050 non sarebbe solo una tragedia, ma anche una minaccia alla stabilità globale. Per questo investire nella sicurezza alimentare oggi non è solo giusto, è anche conveniente.

Il cibo non è solo nutrimento, è dignità, sviluppo, futuro. E il futuro si decide adesso.

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