Etna DOCG: la corsa contro il tempo per la vendemmia 2026

Mancano cento firme e sessanta giorni per portare i vini dell’Etna al riconoscimento di massima qualità italiana

Sessanta giorni per raccogliere cento firme. È questa la sfida che il mondo del vino etneo si è dato per ottenere la DOCG entro la vendemmia 2026. Un obiettivo ambizioso ma non impossibile, come ha spiegato Patrizio D’Andrea, vicecapo di Gabinetto del MASAF, durante il convegno «Opportunità e strumenti per la crescita del sistema Etna Wine» tenutosi recentemente a Catania.

Il nodo delle firme

Per passare da DOC a DOCG serve il consenso del 51% dei produttori che rappresentino almeno il 51% della superficie vitata. Un traguardo che sembrava più semplice quando i viticoltori erano 203, nel 2013. Oggi sono 474 e convincere tutti è diventata un’impresa. Marco Nicolosi, consigliere del Consorzio di Tutela Etna Doc, ha spiegato il problema: «Il territorio è caratterizzato da tantissime micro-produzioni diffuse. Come consorzio abbiamo già la superficie minima, ma adesso dobbiamo coinvolgere i piccoli agricoltori, informarli, raccogliere i documenti».

Etna DOCG: la corsa contro il tempo per la vendemmia 2026
Etna DOCG: la corsa contro il tempo per la vendemmia 2026

Cosa cambia con la DOCG

La DOCG non è solo una sigla in più sull’etichetta. Significa controlli più stringenti in produzione: analisi chimico-fisiche e sensoriali da parte di una commissione ministeriale, un numero di serie sul sigillo di Stato per ogni bottiglia. In pratica, una garanzia di qualità costante e riconoscibile che può tradursi in vantaggi economici e d’immagine sui mercati.

L’università entra in campo

Al convegno ha partecipato anche il rettore dell’Università di Catania, Enrico Foti, che ha annunciato la creazione di una Fondazione d’Ateneo dedicata alla formazione professionale. «Ci occuperemo di percorsi formativi con specialisti del settore, non solo docenti universitari», ha dichiarato. Un modo per formare figure professionali più vicine alle esigenze della filiera.

Fare rete, ma come?

I sindaci dei comuni etnei – Sant’Alfio, Castiglione di Sicilia, Linguaglossa – hanno tutti usato la stessa espressione: fare rete. Alfio La Spina, primo cittadino di Sant’Alfio, ha sintetizzato: «È importante essere insieme per sviluppare interventi strategici che possano risolvere i problemi urgenti».

Vigneto sulle pendici dell'Etna
Vigneto sulle pendici dell’Etna

Il problema è che prima dei grandi obiettivi internazionali ci sono piccole criticità quotidiane da affrontare: gestione dei rifiuti, risorse idriche, organizzazione di eventi che superino i confini comunali. Serve una governance unitaria? La domanda è rimasta aperta durante la tavola rotonda finale.

Nuove prospettive

Il convegno ha fatto emergere alcune novità: l’apertura a Mascalucia di una sede etnea dell’Istituto regionale dell’Olio e del Vino, la possibilità di esplorare il mercato brasiliano – ancora poco battuto dai vini italiani – grazie alla collaborazione con il Consolato generale d’Italia a Porto Alegre.

L’architetto Filippo Bricolo ha introdotto un altro tema: il rapporto tra architettura e vino. «Pensare la cantina come progetto architettonico significa narrare come il vino dialoga con il territorio», ha spiegato, indicando una direzione che molte cantine italiane stanno già percorrendo.

Ora resta da vedere se i sessanta giorni basteranno per convincere gli ultimi cento produttori. La vendemmia 2026 potrebbe segnare una svolta per l’Etna. O un’occasione mancata.

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