L’Unione italiana vini valuta positivi i nuovi dazi al 10% flat, ma teme che l’indagine su sovraccapacità apra a nuove tariffe
L’Unione italiana vini (Uiv) giudica migliorativi i nuovi dazi al 10% flat introdotti oggi dall’amministrazione Trump, ma segnala il rischio di una nuova stretta legata a un’indagine su presunte pratiche sleali nella produzione vinicola europea. Una dichiarazione a margine della diffusione da parte dell’Osservatorio Uiv dei dati sull’export: negli ultimi 14 mesi le vendite di vino italiano negli Stati Uniti sono calate del 16% in valore, per una perdita stimata di 360 milioni di euro.
Le nuove tariffe e l’indagine sulla sovraccapacità
«I nuovi dazi al 10% flat sono leggermente migliorativi rispetto ai precedenti», ha dichiarato il presidente di Uiv, Lamberto Frescobaldi, commentando il nuovo quadro normativo entrato in vigore oggi. Le tariffe rientrano nella Section 301 del Trade Act, lo strumento già usato dagli Stati Uniti per contestare all’Unione Europea un’inadeguata lotta al lavoro forzato.

Alla stessa norma è collegato un secondo dispositivo, riferito questa volta alla sovraccapacità produttiva: su questo fronte è stata aperta un’indagine che potrebbe portare a nuovi dazi. Frescobaldi spera che un’eventuale decisione resti dentro il tetto del 15% fissato dall’accordo Ue-Usa dello scorso agosto. «Il riferimento a queste indagini rischia di alimentare l’incertezza in un momento in cui già la svalutazione del dollaro e il calo del potere di acquisto stanno facendo molto male al vino», ha aggiunto.
Il vino, settore più esposto
Per il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, il comparto vinicolo non è riuscito a stabilizzare le vendite negli Stati Uniti dall’introduzione dei dazi, a differenza di altri settori che si sono adattati meglio alle tariffe. Il vino resta un bene voluttuario, spiega, e per questo è più esposto ai tagli di spesa dei consumatori. Castelletti chiede un budget straordinario per la promozione del vino italiano all’estero, a partire proprio dal mercato statunitense.

Da 2 miliardi a 1,76 miliardi in un anno
I numeri dell’Osservatorio Uiv fotografano il ridimensionamento. Dal cosiddetto Liberation Day di aprile 2025, l’export di vino italiano negli Stati Uniti ha perso il 16% in valore rispetto al periodo precedente, per un controvalore di 360 milioni di euro. A fine 2024 le spedizioni verso gli Usa valevano quasi 2 miliardi di euro, quasi un quarto dell’intero export enologico italiano. Nel 2025 le vendite si sono fermate a 1,76 miliardi.
I primi cinque mesi del 2026 sono i peggiori dal 2017, sia a valore sia a volume. Tra le tipologie più colpite, con un calo tendenziale del 15,5%, ci sono i rossi fermi imbottigliati (-18%) e i bianchi (-17%); lo spumante contiene le perdite all’11%. A soffrire di più sono le fasce di prezzo fino a 6 euro alla cantina, che da sole coprono oltre l’80% della produzione italiana diretta negli Stati Uniti.
