Il 22 maggio si è celebrata la Giornata Mondiale della Biodiversità: in Italia perso il 33% degli uccelli agricoli in 26 anni
Il 22 maggio il mondo ha celebrato la Giornata Mondiale della Biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite per ricordare l’adozione della Convenzione sulla diversità biologica, firmata a Nairobi nel 1992. Il tema del 2026, «Agire a livello locale per un impatto globale», riguarda anche i campi della pianura padana, gli orti di montagna, le aziende agricole che ogni anno scompaiono.
I numeri dicono cose scomode. Nel ventesimo secolo circa il 75% delle varietà vegetali alimentari è andato perduto a livello globale. Delle 7.100 varietà di mele che crescevano negli Stati Uniti nell’Ottocento, 6.800 non si trovano più. Solo in Italia circa due terzi della frutta antica, a livello varietale, è scomparsa. Tre quarti dell’alimentazione mondiale dipende oggi da appena 12 specie vegetali e cinque animali.
Un allarme che viene dai campi italiani
FederBio — la Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica, fondata nel 1992 — ha scelto la giornata per ricordare che perdita di biodiversità, inaridimento dei suoli e cambiamenti climatici si alimentano a vicenda in un circolo che si fa ogni anno più difficile da spezzare.

Il rapporto 2025 Uccelli Comuni delle Zone Agricole in Italia, realizzato nell’ambito della Rete Nazionale della Pac con il supporto della Lipu/BirdLife Italia, offre un indicatore preciso della crisi: in 26 anni l’Italia ha perso il 33% dell’avifauna agricola. Nelle aree di pianura il calo supera il 50%, effetto combinato dell’agricoltura intensiva e della scomparsa di siepi e filari che un tempo strutturavano il paesaggio rurale. Gli uccelli dei campi non sono solo un elemento del paesaggio: sono indicatori dello stato di salute degli ecosistemi agricoli e, per estensione, della qualità del cibo che quegli ecosistemi producono.
A questo si aggiunge un dato di calendario che FederBio segnala con preoccupazione: quest’anno l’Italia ha raggiunto il proprio Overshoot Day — il giorno in cui un Paese esaurisce le risorse naturali che la Terra riesce a rigenerare nell’arco di un anno — il 3 maggio. Da quella data in poi il Paese consuma più di quanto sia in grado di restituire.
Il biologico e la questione degli impollinatori
La ricerca Organic agricultural landscapes support critical pollinator diversity, pubblicata su Global Ecology and Conservation, ha messo a confronto aziende biologiche e convenzionali rilevando che i sistemi bio ospitano comunità di api solitarie più ricche, vitali e diversificate. Eliminando la chimica di sintesi e favorendo la presenza di fioriture, l’agricoltura biologica crea habitat più adatti agli impollinatori con effetti che si estendono fino a 500 metri dal perimetro aziendale. Le api solitarie non producono miele da consumo diretto, ma sono impollinatori essenziali per decine di colture alimentari.
«La perdita di biodiversità non è solo un’emergenza ambientale, compromette i servizi ecosistemici generando effetti a catena sulla sicurezza alimentare», ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio. L’organizzazione indica nell’agricoltura biologica e nei sistemi locali del cibo — biodistretti, filiere corte, piccole e medie aziende agricole — uno degli strumenti più efficaci per invertire la tendenza.
Anche il suolo di Acqua Panna entra nel dibattito
In occasione della stessa giornata, Sanpellegrino ha presentato i risultati del programma di tutela della biodiversità condotto nella Tenuta di Acqua Panna, a Scarperia nel Mugello: oltre 1.300 ettari lungo corridoi naturali utilizzati dall’avifauna nelle rotte migratorie. Uno studio condotto con il supporto di Federparchi ha censito 121 specie di vertebrati e piante, di cui 34 considerate minacciate secondo la Lista Rossa europea, e 66 specie di uccelli. Dal 2026 è attivo un monitoraggio specifico dell’avifauna con attenzione alle specie nelle liste rosse Iucn, tra cui la Tortora selvatica europea.

In collaborazione con l’Università di Pisa, l’azienda ha avviato un piano di agroforestazione che prevede la destinazione di circa 120 ettari alla piantumazione di siepi e filari. Con la Scuola Superiore Sant’Anna è in corso un progetto pluriennale per la valorizzazione dei boschi; nel 2025 sono stati mappati tutti i punti d’acqua della tenuta, con l’identificazione di cinque aree umide da riqualificare entro il 2030. Un programma di monitoraggio degli impollinatori, condotto con 3Bee attraverso tecnologie digitali, ha registrato dal 2024 un aumento dell’attività delle api e un miglioramento degli indicatori di idoneità dell’habitat.
La partita aperta sulle nuove tecniche genomiche
Un terzo fronte del dibattito del 22 maggio ha riguardato la regolamentazione degli organismi ottenuti con Nuove Tecniche Genomiche (Ngt). Demeter Italia, l’associazione che riunisce oltre 1.000 aziende biodinamiche certificate, ha rilanciato in occasione della giornata la campagna internazionale «Blacked-out Ingredients» per l’etichettatura obbligatoria di questi prodotti.
Il Consiglio Europeo ha approvato il 21 aprile 2026 il nuovo Regolamento Ngt con 18 voti favorevoli su 27, incluso quello italiano. Il Regolamento esenta le Ngt di Categoria 1 — circa il 94% di tutte le Ngt — dagli obblighi di valutazione del rischio, tracciabilità ed etichettatura oggi in vigore. La classificazione si basa su un criterio quantitativo: meno di 20 sequenze di Dna modificate, indipendentemente dagli effetti biologici reali. Per Salvatore Ceccarelli, già ordinario di Genetica Agraria, «la risposta alle sfide climatiche non sta nell’uniformità biotecnologica ma nella valorizzazione della diversità agricola: varietà locali, selezione partecipativa, agroecologia». L’Italia, aggiunge, custodisce oltre 5.000 varietà autoctone di piante coltivate.
La campagna «Blacked-out Ingredients» ha raccolto oltre 500.000 firme in 18 Paesi Ue e ha generato quasi 190.000 lettere agli europarlamentari. Il voto del Parlamento europeo è fissato al 27 giugno 2026.
La giornata del 22 maggio restituisce un’immagine coerente: un sistema alimentare che ha costruito la propria efficienza erodendo le basi ecologiche su cui quella stessa efficienza si regge. Ricostruirle richiede scelte colturali diverse, politiche coerenti e consumatori disposti a capire cosa c’è dietro ciò che mettono nel piatto.
