Dallo studio di Porsche Consulting presentato a TuttoFood 2026 un quadro su dove stanno andando le filiere agroalimentari italiane
L’ultima edizione di TuttoFood è stata la cornice scelta da Porsche Consulting per presentare uno studio sull’evoluzione dell’intero sistema agroalimentare italiano: come cambia la produzione agricola, come si trasformano gli ingredienti, dove sta andando il rapporto tra cibo e salute. Un documento che non si ferma alla tradizione da celebrare, ma alle tecnologie che stanno già ridisegnando filiere e modelli di business.
Il punto di partenza è macroeconomico. Il sistema agroalimentare italiano vale il 15% del Pil, è primo in Europa per valore aggiunto agricolo (17,4% del totale Ue) e ha chiuso il 2025 con 73 miliardi di euro di export, crescendo a un ritmo superiore alla media nazionale. Sul versante delle startup e dell’innovazione di filiera, gli investimenti nel FoodTech italiano hanno raggiunto 256 milioni nel 2025, più che raddoppiati rispetto all’anno precedente.

Quattro filoni, non un’unica tendenza
Lo studio individua quattro direttrici di cambiamento: agritech, nutrizione funzionale, ingredienti di nuova generazione e longevità. Ciascuna descrive una porzione diversa della filiera e un tipo diverso di innovazione, con tempi di maturità molto diversi tra loro.
L’agritech è il fronte più maturo. La startup xFarm ha lavorato con Barilla per digitalizzare la filiera di Mulino Bianco su oltre 2.600 aziende fornitrici. Evja, startup pugliese di agricoltura di precisione, collabora da cinque anni con La Doria sul pomodoro da industria: i risultati misurati parlano di un calo del 43% nei consumi idrici, del 67% nell’uso di fungicidi e del 33% in quello di insetticidi.
Non sono cifre teoriche: vengono da anni di monitoraggio su campo. E proprio questa concretezza distingue l’agritech italiano dalla narrativa promozionale.
Ingredienti nuovi, filiere vecchie sotto pressione
Sul fronte degli ingredienti, lo studio cita Foreverland e il suo prodotto “Choruba”, un’alternativa al cioccolato a base di carruba che riduce del 90% il consumo d’acqua e dell’80% le emissioni di CO₂ rispetto al cacao. Il contesto non è ideologico: il prezzo del cacao è cresciuto di oltre il 300% nell’ultimo anno, e trovare alternative non è una scelta etica ma una necessità industriale.
Coccola intercetta invece il trend della riduzione degli zuccheri con un ingrediente brevettato derivato dal cocco, privo di impatto glicemico, pensato per l’industria alimentare. Heallo Solutions lavora sugli scarti cerealicoli, trasformandoli in una fibra solubile capace di ridurre il picco glicemico fino al 64%.
Sono tre startup diverse, tre problemi diversi, un denominatore comune: la materia prima come variabile da ridisegnare, non da accettare così com’è.
Il confine tra cibo e farmaco si assottiglia
La direttrice più lontana nel tempo — ma potenzialmente la più dirompente — è quella della longevità. Il cibo smette di essere solo nutrimento o esperienza culturale e diventa una leva attiva di prevenzione, con logiche sempre più vicine ai prodotti del settore farmaceutico. La nutrigenomica e i dispositivi di monitoraggio biometrico abilitano una nutrizione su misura dell’individuo.
«La longevità non è solo un trend di consumo, ma un nuovo paradigma industriale che ridefinisce il ruolo del FoodTech, spostandolo verso un ecosistema integrato in cui salute, dati e innovazione guidano lo sviluppo del cibo del futuro», afferma il partner Giulio Busoni.
Il confine tra alimento, integratore e terapia diventa progressivamente più sfumato. In alcuni mercati è già la realtà normativa con cui le aziende si confrontano.
Il nodo irrisolto: la diffusione nelle Pmi
Il sistema ha un problema di scala. Lo studio lo dice chiaramente: l’ecosistema italiano è fatto di eccellenze diffuse, ma per competere a livello europeo serve passare da un insieme di eccellenze isolate a una piattaforma integrata. Le università che orientano la ricerca, le imprese che collaborano invece di competere, la politica che crea le condizioni.
Un contributo può venire dall’intelligenza artificiale. L’Italia si è già posizionata con IT4LIA AI Factory, operativa dal settembre 2025 al Tecnopolo di Bologna con un investimento di 420 milioni di euro: mette a disposizione di startup e Pmi potenza di calcolo avanzata con un modello a sportello unico. Nell’agroalimentare, l’AI consente ottimizzazione predittiva della filiera, sviluppo accelerato di nuovi ingredienti e tracciabilità intelligente.
Il problema non è la tecnologia in sé, ma il trasferimento. Molte imprese non hanno strumenti proprietari e dipendono da soluzioni esterne. Serve un livello intermedio di aziende capaci di portare concretamente queste tecnologie al tessuto industriale, che in Italia significa soprattutto piccole e medie imprese.
«In questo equilibrio tra infrastrutture, competenze e applicazioni si gioca la possibilità di trasformare l’innovazione tecnologica in un reale fattore di competitività per il Made in Italy, rendendo più difficile l’imitazione e proteggendo le nostre origini», conclude Busoni. Una frase che suona meno come una promessa e più come un’agenda di lavoro.

