Il nuovo logo tricolore affianca la certificazione Ue mentre crescono i consumi ma calano le superfici coltivate a biologico
Tre foglie, verde, bianca e rossa, da oggi accanto alla foglia stellata dell’Unione europea. È il Marchio Biologico Italiano, presentato dal ministero dell’Agricoltura in occasione della Giornata europea del Biologico, nell’ambito dell’iniziativa «Nasce bio, cresce italiano». Il nuovo logo non sostituisce la certificazione comunitaria: la affianca, per segnalare quali prodotti bio siano fatti con materie prime coltivate o allevate in Italia.
I numeri del comparto
Il lancio del marchio è stato accompagnato dai dati del rapporto «Bio in cifre 2026», curato da Ismea in collaborazione con Ciheam Bari. Nel 2025 i consumi domestici di prodotti biologici sono cresciuti del 9,2%, raggiungendo 4,4 miliardi di euro: il valore più alto mai registrato, pari al 4% della spesa agroalimentare nazionale.
Le superfici coltivate a biologico sono invece scese del 5,4%, a 2.377.749 ettari, il 19,4% della Superficie agricola utilizzata italiana. Gli operatori del settore sono 95.389, di cui 85.443 aziende agricole, in calo dell’1,8% rispetto al 2024. Otto regioni, insieme alla provincia di Bolzano, hanno già superato l’obiettivo europeo del 25% di Sau bio fissato per il 2030.

Import in aumento, burocrazia pesante
Coldiretti Bio segnala che le importazioni di prodotti biologici sono cresciute del 25% nell’ultimo anno, intercettando parte della domanda interna senza generare nuova produzione nazionale. La presidente Maria Letizia Gardoni indica inoltre un aggravio burocratico di almeno il 30% rispetto a un’azienda convenzionale.
Confagricoltura, per voce del presidente della federazione nazionale agricoltura biologica Gian Maria Cunial, lega il calo delle superfici ai costi di produzione in aumento, alle avversità climatiche e agli oneri amministrativi. Anabio-Cia arriva a una conclusione simile: il presidente Giuseppe De Noia osserva che la crescita della domanda «non si sta traducendo in una redditività sufficiente per le aziende agricole».
Le reazioni delle associazioni
Il fronte agricolo, sul marchio, è compatto: Legacoop Agroalimentare, Copagri e Federbio lo accolgono come strumento di riconoscibilità per le produzioni nazionali. Giorgio Baracani ed Elena Ghezzi, per Legacoop, chiedono che l’attenzione si estenda anche all’acquacoltura biologica. Tommaso Battista, presidente di Copagri, lo definisce «gratuito e utilizzabile su base volontaria», utile ma non sufficiente senza politiche di sostegno alla competitività delle imprese. Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio, guarda già oltre: al negoziato sulla riforma della Pac 2028-2034, che dovrebbe chiudersi il 31 dicembre.
Una voce fuori dal coro c’è. Il Wwf teme che un marchio nazionale possa entrare in rotta di collisione con le regole comuni europee sulla libera circolazione delle merci, tanto più che l’export italiano di biologico vale già 3,9 miliardi di euro secondo l’Osservatorio Sana 2025 — segno che il riconoscimento internazionale, sostiene l’associazione, non mancava.
Il premio alla Sardegna
Nella stessa giornata, a Bruxelles, il Distretto Sardegna Bio ha ricevuto l’Eu Organic Award come migliore distretto biologico d’Europa. Fondato nel 2021, il distretto riunisce 2.600 aziende agricole e 184mila ettari certificati biologici su una superficie complessiva di 24.090 chilometri quadrati. Il presidente Andrea Campurra ha ritirato il riconoscimento insieme al vicepresidente Giorgio Demurtas e al direttore Aldo Buiani.
Il caso Calabria
La Calabria si conferma intanto seconda regione italiana per superficie bio: secondo Coldiretti, quasi un quinto dei 543.070 ettari di Sau regionale è coltivato con metodo biologico, per un totale di oltre 9mila aziende impegnate soprattutto in olivicoltura, agrumicoltura e vitivinicoltura.
