Fissato il prezzo per maggio-giugno, esteso a cooperative e conferitori diretti, ma su chi lo abbia ottenuto le versioni divergono
Da un anno e mezzo il prezzo del latte alla stalla è il tema che agita ogni tavolo agricolo italiano, tra sovrapproduzione europea, importazioni a basso costo e margini che si assottigliano di mese in mese. Nel Lazio, il 9 luglio, il confronto tra Regione, industrie di trasformazione e organizzazioni agricole ha prodotto un’intesa: 0,48 euro al litro, base per il latte contrattualizzato, riconosciuti per maggio e giugno 2026 sia ai soci delle cooperative sia agli allevatori che conferiscono in forma diretta.
Il tavolo e il prezzo
L’accordo, raggiunto sotto la regia dell’assessorato regionale all’Agricoltura guidato da Giancarlo Righini, fissa un valore superiore ai 47 centesimi indicati a livello nazionale dal Masaf come riferimento base per il Nord Italia. Con i due centesimi aggiuntivi stanziati dalla Regione Lazio e i premi qualità, il riferimento complessivo sale a circa 50 centesimi al litro.
Il punto qualificante, secondo Fattoria Latte Sano, principale industria di trasformazione della regione, riguarda l’estensione del beneficio: il prezzo non si applica solo alle cooperative di raccolta ma a tutti i conferitori, compresi gli allevatori che vendono direttamente. Nella nota diffusa dall’azienda, questa scelta viene descritta come una condizione posta con fermezza fin dall’inizio della trattativa, per evitare — sono parole dell’azienda — una distinzione tra «allevatori di serie A e allevatori di serie B».

Due letture dello stesso tavolo
Sulla paternità del risultato, però, le versioni non coincidono. Fattoria Latte Sano attribuisce il merito al lavoro dell’assessorato regionale e respinge la ricostruzione di Coldiretti Lazio, secondo cui il prezzo rifletterebbe un «differenziale territoriale» richiesto dall’organizzazione per compensare i maggiori costi di produzione della regione rispetto al Nord.
Coldiretti Lazio, dal canto suo, ha diffuso una nota di segno opposto: il presidente David Granieri ha parlato di soddisfazione per un accordo che, a suo dire, «accoglie le richieste avanzate da Coldiretti» proprio sul riconoscimento del differenziale territoriale legato ai costi più alti sostenuti dagli allevatori laziali. Una lettura che Fattoria Latte Sano, nel comunicato analizzato da De-Gustare, respinge punto per punto, definendola priva di riscontro nei fatti.
Nel mezzo resta la posizione di CIA Lazio, il cui presidente Sergio Del Gelsomino viene citato da Latte Sano per aver sostenuto, sin dalle prime fasi del confronto, la necessità di estendere l’aumento a tutti i fornitori, cooperative e conferitori diretti senza distinzione.
Un accordo dentro una crisi più ampia
Il caso laziale arriva dopo mesi difficili per tutto il comparto lattiero-caseario nazionale. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 la sovrapproduzione europea, aggravata dalla riapertura di stalle e dal crollo della domanda cinese di polvere di latte, ha fatto scendere il prezzo dello spot italiano fino a livelli simili a quelli del collasso del 2016. Per contenere lo shock, il ministero dell’Agricoltura aveva già negoziato con le organizzazioni di categoria un prezzo minimo scalare per l’inizio dell’anno: 54 centesimi a gennaio, 53 a febbraio, 52 a marzo.
Il 24 giugno il tavolo Masaf ha definito la cornice per il secondo semestre: 47 centesimi come base nazionale di riferimento, con una progressione fino a 50 centesimi tra luglio e dicembre. È su questa base che si è innestata la trattativa regionale del Lazio, dove Confagricoltura ha più volte segnalato l’assenza, nell’accordo nazionale, di un riconoscimento esplicito del differenziale di costo tra Nord e Centro-Sud Italia — la stessa istanza che Coldiretti rivendica di aver ottenuto a livello locale.

Quello che resta da chiarire
Il comunicato di Fattoria Latte Sano solleva inoltre un tema che va oltre la polemica locale: la fissazione di un prezzo unico regionale sottoscritto da tutti gli operatori, sostiene l’azienda, rischierebbe di porre problemi di compatibilità con la normativa antitrust, secondo quanto più volte chiarito dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Una questione che, alla luce delle tensioni tra industria e organizzazioni agricole degli ultimi mesi, non sembra destinata a chiudersi con l’intesa di luglio.
Resta aperto anche il nodo della trasmissione del prezzo lungo la filiera. Il valore alla stalla ha subito oscillazioni pesanti negli ultimi due anni, ma sugli scaffali della grande distribuzione i prezzi al consumo non sono scesi nella stessa proporzione. Le organizzazioni agricole segnalano da mesi questo scarto come una delle cause strutturali della crisi del settore.
