A Milano il Consorzio di Tutela ha fatto toccare quattro suoli delle Rive prima di degustare, al buio, i vini che ne derivano
Bendati, con le mani immerse in quattro campioni di terra diversi, gli ospiti di una degustazione organizzata dal Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg hanno toccato argilla, morena, marna e arenaria prima di assaggiare, sempre al buio, i vini nati da quei suoli. L’appuntamento si è svolto negli spazi della mostra «Dialogo nel Buio», all’Istituto dei Ciechi di Milano.
L’obiettivo era verificare quanto la composizione del terreno determini il carattere di un vino, senza il filtro della vista a orientare il giudizio.
Toccare la terra prima del vino
Nel buio più completo, i partecipanti sono stati guidati in un percorso di approfondimento geo-pedologico e organolettico. Il contatto diretto con i campioni di suolo ha preceduto l’assaggio dei vini corrispondenti, nel tentativo di riconoscere nel calice le tracce del terreno da cui il vino proviene.
L’esperienza ha coinvolto quattro cantine del territorio, ciascuna abbinata a una Riva, la sottozona di provenienza delle uve regolata dal disciplinare della denominazione.

La Glera ha scelto le sue colline
Il percorso richiama una tesi diffusa tra i produttori della zona: quella secondo cui la Glera, il vitigno alla base del Conegliano Valdobbiadene, avrebbe nel tempo trovato da sola il proprio ambiente ideale, più che esservi stata destinata dall’uomo. Le prime coltivazioni della varietà si concentravano su suoli calcarei e secchi nei pressi di Trieste. Nei secoli successivi la vite si è spostata verso i Colli Berici e poi Euganei, fino a raggiungere i pendii di Conegliano Valdobbiadene.
Sulle colline tra le due città, dove i suoli sono poveri e calcarei, la Glera raggiunge quella che il Consorzio definisce la propria massima espressione. A guidare il confronto tra le quattro matrici pedologiche è stato Diego Tomasi, direttore del Consorzio di Tutela.
Argilla e morena: due suoli, due caratteri
Il primo suolo in degustazione è un’argilla rossa antica, con circa 20 milioni di anni: il terreno più vecchio della denominazione. È la componente più fine della tessitura del suolo, setosa al tatto, colorata di rosso dalla presenza di ferro ossidato, capace di trattenere l’acqua e garantire così nutrimento costante alla pianta. Da questo terreno nasce il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut “San Feletto” 2024, Rive di San Pietro di Feletto: un vino pieno e persistente, con profumi agrumati, floreali e di macchia mediterranea, sostenuto da un’acidità equilibrata legata alla riserva idrica del suolo.
All’opposto si colloca la morena, un suolo giovane formatosi circa 10.000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione: ricco di scheletro roccioso levigato dai ghiacci e misto a sabbia fine, povero d’acqua. Ne nasce il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Brut “Toni Doro” 2024, Rive di Carpesica: un vino meno rotondo e corposo, ma di grande finezza, con profumi di frutta che vira dal fresco al maturo, note di nocciola e un accenno speziato.

Marna e arenaria: aromi e tensione
La marna, terza matrice in degustazione, è un’argilla mista a limo con un contenuto di calcare più alto rispetto ai suoli precedenti. Bagnata assume una consistenza quasi plastica, simile al pongo; da asciutta, oppone resistenza alle radici. Il calcare attivo, però, stimola la sintesi aromatica dell’uva. Il vino corrispondente è il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Brut “Bortolin Angelo” 2024, Rive di Guia: un calice profondo ed equilibrato, con aromi di frutta e fiori bianchi, in particolare il glicine, note agrumate e sapidità in bocca.
Chiude il percorso l’arenaria calcarea, una sabbia più o meno cementata che si sfalda a contatto con gli agenti atmosferici, lasciando alle radici lo spazio per infiltrarsi nelle fessure rocciose in cerca di umidità in profondità. I suoi granuli, spigolosi, la distinguono dai ciottoli arrotondati della morena. Il vino è il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Brut “Rivaluce” 2024, Rive di San Pietro di Barbozza: profilo teso e affilato, con note esotiche che emergono in chiusura.
«La terra è il motore biologico della vite»
«La terra non è un supporto inerte, ma il vero motore biologico della vite», ha dichiarato Tomasi al termine della degustazione. «Con questa esperienza al buio abbiamo voluto dimostrarlo in modo tangibile: togliendo la vista, abbiamo lasciato che a parlare fosse solo il suolo attraverso il tatto». Secondo il direttore del Consorzio, ogni tipo di terreno induce nella pianta una risposta specifica, che si traduce in un profilo diverso nel calice: non una suggestione, ma l’esito di una scelta biologica compiuta dalla vite stessa nei secoli.
