Trofeo Molmenti 2026: il rosé Valtènesi come identità

La Cantina Franzosi vince a Villa Bertanzi, dove 130 anni fa nacque il metodo che ha fatto del rosé la firma della Valtènesi

La Cantina Franzosi di Puegnago del Garda ha vinto il Trofeo Pompeo Molmenti 2026, il riconoscimento che premia ogni anno il miglior rosé della Valtènesi Doc. La cerimonia si è svolta a Villa Bertanzi, la stessa dimora in cui, nel 1896, il senatore Pompeo Molmenti codificò la tecnica produttiva che porta il suo nome. In questa edizione, dedicata ai 130 anni dalla nascita del Metodo, il luogo aveva un senso preciso: non è scenografia, è origine.

«Ricevere il Trofeo Pompeo Molmenti è per me motivo di grande emozione», ha dichiarato Giovanni Franzosi, titolare dell’omonima cantina, nel ritirare il premio. «È un riconoscimento che condivido con tutte le persone che lavorano con noi in vigna e in cantina». Tra i finalisti anche Delai Sergio, con due vini selezionati, Opera Rosis, Tenute del Garda e Leali di Monteacuto.

Un premio che nasce da una scelta di campo

Il Trofeo non misura solo la qualità di una singola bottiglia. È il punto d’arrivo di un percorso che il Consorzio Valtènesi ha avviato oltre quindici anni fa, quando ha deciso di costruire l’identità dell’intera denominazione attorno a un’unica tipologia: il rosé.

Trofeo Molmenti 2026
Trofeo Molmenti 2026

«Nel 2005 abbiamo iniziato a lavorare a un percorso di valorizzazione» ha spiegato il direttore del Consorzio Juri Pagani. «La denominazione produceva vini rossi, e i rosé erano una parte sentimentale, ma non il primo pensiero di quasi nessuno». Scegliere di ribaltare quella gerarchia significava puntare su una tipologia che in Italia, a metà degli anni Duemila, aveva poco seguito commerciale, e farlo in una zona — la Riviera del Garda Classico — dove la storia vitivinicola andava in direzioni diverse.

La domanda da cui ripartire era semplice: quale territorio al mondo aveva già percorso quella strada? La risposta era la Provenza.

Cinque anni di campioni alla cieca

Dal 2015, per cinque anni consecutivi, il Consorzio ha inviato ogni anno 30 campioni di Valtènesi al Centre du Rosé provenzale — struttura di ricerca che nell’ambito dei concorsi nazionali francesi analizza ogni anno centinaia di etichette di rosato. I campioni venivano degustati alla cieca e sottoposti ad analisi chimiche via via più dettagliate. L’obiettivo non era ricevere una pagella, ma costruire la carta d’identità sensoriale del Valtènesi rosé.

«Avevano capito che non volevamo copiare la loro identità» ha ricordato Alessandro Luzzago, già presidente del Consorzio per oltre dieci anni, «ma che volevamo che ci aiutassero a capire la nostra». Nel 2022 la collaborazione ha preso forma istituzionale: Consorzio Valtènesi e Conseil Interprofessionnel des Vins de Provence (Civp) hanno avviato una partnership commerciale su diversi mercati europei, come quella attiva in Germania.

A Villa Bertanzi, Caroline Benetti, responsabile marketing internazionale del Civp, ha illustrato il perché della partnership: i due consorzi si trovano a difendere lo stesso spazio di mercato, quello dei rosati Doc e Dop di alta qualità, contro vini privi di denominazione che competono soprattutto sul prezzo. La campagna comune — Slow down, take rosé — punta a spiegare ai consumatori più giovani che una denominazione non è burocrazia, ma una garanzia di origine e metodo.

Valtènesi - eventi
Valtènesi – eventi

La vigna dedicata, non la vigna adattata

Il Trofeo ha anche una storia tecnica che l’enologo Mattia Vezzola, titolare di Cantina Costaripa, ha affrontato con franchezza. Il Groppello — vitigno cardine della Valtènesi, tra i 15 più antichi d’Italia — aveva una resa che comprometteva la qualità. «Nel dopoguerra si è tentato di raddoppiare la produzione per pianta. Il vino diventava mediocre perché l’uva non maturava». La correzione è stata ridurre la produzione e lavorare sulle condizioni epigenetiche: suolo, microclima, esposizione.

Vezzola ha sintetizzato la svolta con un’immagine diretta: «Per fare grandi rosé non devi pensare di fare un fruttato facile, devi pensare come si lavora uno champagne. La vigna deve essere dedicata». Non adattata al rosé, ma pensata per lui dalla piantagione. Questa concezione è alla base del Metodo Molmenti che Vezzola ha continuato a sviluppare nella propria azienda, prendendo come punto di riferimento anche la bottiglia del 1903 che la famiglia Bertanzi conserva ancora in cantina.

Verso il 2029: il disciplinare da riscrivere

Il sindaco di Moniga del Garda, Renato Marcoli — anche membro della commissione tecnica che seleziona i finalisti del Trofeo — ha sottolineato come il premio abbia finito per assumere una funzione di promozione territoriale più larga di quanto non fosse nelle intenzioni iniziali. Il Consorzio conta oggi 102 produttori, in una zona che produce rosé da 130 anni senza che questa vocazione sia mai diventata automatica.

Juri Pagani ha chiuso il convegno con un annuncio: entro il 2029 il Consorzio presenterà una revisione del disciplinare. L’obiettivo è rafforzare il legame tra la Doc Valtènesi e la Riviera del Garda Classico — la parte storicamente più antica del comprensorio gardesano — per circoscrivere ulteriormente l’identità geografica della denominazione. «Vogliamo essere la prima collettività italiana che si riconosce unicamente in un vino rosé» ha detto Pagani. «Il rosé non è la nostra quota di mercato: è l’identità di questo luogo».

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