Il futuro del pomodoro italiano si coltiva nei campi

Pomodoro da industria in crisi: suoli esauriti, clima impazzito, costi alle stelle. Ricerca quadriennale cerca soluzioni

Ogni anno, milioni di tonnellate di pomodoro da industria vengono raccolte nella Pianura Padana per finire in passate, pelati e sughi sulle tavole italiane ed europee. È una filiera enorme, silenziosa, che tiene in piedi un pezzo importante dell’agroalimentare nazionale. Eppure, sotto i campi di pomodoro, qualcosa non va da tempo.

I terreni agricoli di questa area – che si estende dalla provincia di Cuneo fino a quella di Ferrara – mostrano segnali di stanchezza. Anni di coltivazioni intensive, uso massiccio di fertilizzanti chimici e siccità sempre più frequenti hanno progressivamente impoverito i suoli, riducendone la fertilità e, con essa, la capacità di produrre. Per gli agricoltori si tratta di un problema economico reale: meno resa, più spesa, margini sempre più stretti.

Nasce POMO.DO.RI.

Per affrontare questa crisi strutturale, il Consorzio Interregionale Ortofrutticoli (CIO) di Parma – con oltre 24 anni di esperienza nella sperimentazione sul pomodoro da industria – ha avviato nel 2024 un progetto di ricerca applicata chiamato POMO.DO.RI., acronimo di “Il POMOdoro di DOmani verso un’agricoltura Rigenerativa”.

Il progetto dura quattro anni e ha un budget complessivo di circa un milione di euro, finanziato per metà con fondi europei (OCM Ortofrutta, Reg. UE 2115/2021) e per l’altra metà direttamente dalla filiera. Accanto a CIO, partecipano le Organizzazioni di Produttori AINPO, Casalasco e POA, e il Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali Sostenibili dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, con il coordinamento scientifico del professor Vincenzo Tabaglio.

L’obiettivo non è trovare la soluzione perfetta, ma costruire un repertorio di pratiche agricole sostenibili, verificate sul campo, replicabili su larga scala.

Pianta di pomodori
Pianta di pomodori

Cosa si sperimenta

Le linee di ricerca sono diverse e tutte testare in condizioni reali, non in laboratorio. Si lavora su più fronti contemporaneamente.

Lavorazione del suolo a basso impatto. Si sperimentano tecniche di aratura e preparazione del terreno che riducono il disturbo della struttura del suolo, favorendo la vita microbica e la formazione di sostanza organica.

Irrigazione di precisione. Invece di irrigare in modo uniforme, si usano sistemi che modulano l’acqua in base alle effettive necessità della coltura e alle condizioni del terreno. L’obiettivo è risparmiare acqua senza ridurre le rese.

Ammendanti organici e digestati. In sostituzione parziale dei fertilizzanti chimici di sintesi, si testano sostanze organiche – tra cui il digestato, sottoprodotto della digestione anaerobica di materiale organico – per restituire fertilità al suolo in modo più naturale.

Varietà innovative. Il secondo biennio di ricerca si concentrerà anche sulla valutazione di nuove varietà di pomodoro, più resistenti agli stress climatici e adatte a condizioni di coltivazione più sostenibili.

Le prime evidenze dopo due anni

Al termine del secondo anno, i dati sono ancora preliminari – e i ricercatori lo sottolineano con cautela – ma le direzioni che emergono sono incoraggianti.

Nei siti di sperimentazione si osservano segnali di miglioramento nella struttura e nella fertilità dei suoli, con un progressivo aumento della sostanza organica. Le piante crescono in terreni più vitali, con ricadute positive anche sulla resistenza agli stress.

Sul fronte idrico, i sistemi di irrigazione di precisione hanno permesso di ridurre i volumi d’acqua utilizzati senza penalizzare la produzione. In un’epoca di siccità ricorrenti e risorse idriche sempre più limitate, è un risultato che conta.

Infine, in diversi appezzamenti si è potuto ridurre l’apporto di fertilizzanti chimici mantenendo – e in alcuni casi migliorando – la qualità del pomodoro prodotto.

La qualità arriva sulla tavola

A prima vista, la salute di un suolo agricolo sembra una questione lontana dalla tavola. In realtà non lo è affatto.

Il pomodoro è uno degli ingredienti cardine della cucina italiana e della dieta mediterranea. La sua disponibilità, il suo prezzo e la sua qualità dipendono direttamente dalla capacità delle aziende agricole di produrre in modo efficiente e sostenibile. Se i terreni continuano a perdere fertilità, se i costi di produzione aumentano e se le rese calano, l’intera filiera ne risente – fino al vasetto di passata sul banco del supermercato.

C’è anche un aspetto competitivo: la produzione italiana si confronta con le importazioni da Paesi dove i controlli ambientali e produttivi sono meno stringenti. Rendere la coltivazione nazionale più sostenibile ed efficiente significa anche difendere la qualità e il valore di un prodotto che è, a tutti gli effetti, un patrimonio.

La strada che resta da fare

I prossimi due anni di sperimentazione serviranno a consolidare i dati raccolti e, soprattutto, a tradurli in indicazioni pratiche che gli agricoltori possano effettivamente applicare. Non protocolli teorici, ma soluzioni testate sul campo, nelle stesse condizioni in cui lavora chi coltiva pomodori ogni giorno.

Come ha spiegato il professor Tabaglio, rigenerare la pomodoricoltura italiana significa affrontare insieme suolo, clima, tecnica colturale e filiera industriale, secondo un approccio che tiene conto della complessità del sistema. Una ricerca del genere richiede tempo, dati e la collaborazione di tutti gli attori coinvolti. POMO.DO.RI. sembra avere, almeno per ora, tutti e tre gli ingredienti.

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