Dalla colazione al dolce: come la filiera alimentare si sta organizzando per chi vuole provare un’alimentazione vegana
Gennaio sta per finire. Per circa 25,8 milioni di persone in tutto il mondo significa anche tirare le somme di Veganuary, la sfida che chiede di provare a mangiare vegano per 31 giorni. Chi ha resistito, chi ha mollato, chi ha scoperto che non è poi così complicato.
Ma oltre ai bilanci personali, c’è un altro aspetto interessante: cosa è successo dall’altra parte, nella filiera alimentare? Come si sono organizzati distributori e ristoratori per rispondere a questa richiesta? E soprattutto: cosa resta dopo che il mese finisce?
Cos’è Veganuary (e perché non è solo una moda)
Veganuary è un’iniziativa nata nel Regno Unito che invita a sperimentare un’alimentazione 100% vegetale per tutto gennaio. L’idea di base è chiara: provare non costa nulla, impegnarsi per sempre può sembrare troppo. Un mese è il giusto compromesso per testare ricette nuove, scoprire alternative e capire se fa per te.
Dietro c’è un mix di motivazioni: c’è chi lo fa per il benessere personale, chi per curiosità, chi per ridurre l’impatto ambientale. E poi c’è chi semplicemente vuole vedere se riesce. Il risultato? Ogni anno aumentano i partecipanti e, con loro, la richiesta di prodotti vegetali. Che a fine mese si trasforma in una domanda: e adesso?

La filiera si muove (e porta novità sugli scaffali)
Quando la domanda aumenta, l’offerta si adegua. È una regola base dell’economia, ma applicata al cibo diventa interessante. Prendiamo ad esempio Cattel, un distributore alimentare del Nord Italia che dal 1910 rifornisce ristoranti, bar e hotel. Oggi ha inserito nel catalogo una gamma dedicata al plant-based pensata proprio per rispondere al picco di gennaio.
Tradotto: se il tuo bar preferito da un giorno all’altro ti propone un croissant vegano o un cappuccino con latte di avena, non è un caso. Qualcuno, a monte, ha fatto arrivare quei prodotti.
Cosa si trova in un catalogo “Veganuary-friendly”
Il catalogo “Veganuary-friendly” offre una selezione molto più ampia rispetto al passato. Non si tratta più solo di burger vegetali, ormai diffusi ovunque, ma di un’offerta completa che copre tutte le esigenze alimentari durante la giornata.
Per la colazione e la pasticceria, troviamo croissant vegani e prodotti da forno realizzati senza burro né uova, ideali per chi desidera gustare un cornetto fuori casa senza rinunciare ai propri principi.
Chi cerca alternative proteiche può scegliere tra straccetti vegetali, burger e preparazioni pronte, pensati sia per chi ama cucinare che per chi preferisce soluzioni rapide e pratiche. Per quanto riguarda i latticini vegetali, si possono trovare formaggi, creme e basi per dolci, utili in cucina e in pasticceria senza richiedere modifiche significative alle ricette tradizionali.
Infine, per concludere il pasto con un dolce tocco, sono disponibili dessert e monoporzioni, spesso senza lattosio o glutine, pensati per chi ha esigenze alimentari specifiche o semplicemente per chi desidera provare qualcosa di diverso.
Anche il mondo delle bevande per caffetteria si è arricchito, con una varietà crescente di latti vegetali e cappuccini alternativi, ormai presenti in quasi tutti i bar.

Perché gennaio è stato il mese chiave
Quest’anno, come ogni gennaio, la domanda è esplosa. Ma la vera differenza si vede in quello che rimane. Molti locali che hanno inserito opzioni vegane per Veganuary hanno scoperto che funzionano tutto l’anno, perché c’è chi continua a chiederle.
Giandomenico Baita, direttore vendite di Cattel, conferma: «Il nostro ruolo è mettere i professionisti nelle condizioni di rispondere in modo semplice, con prodotti affidabili». Traduzione: se il consumatore vuole provare, il ristoratore deve poter offrire senza complicarsi troppo la vita. E se funziona a gennaio, perché toglierlo a febbraio?
Il vero test: cosa resta dopo gennaio?
Veganuary finisce tra pochi giorni, ma l’impatto va oltre. I dati degli anni scorsi mostrano che molti partecipanti continuano a integrare piatti a base vegetale nella propria dieta, anche senza diventare vegani a tempo pieno. E questo crea un effetto che va oltre il singolo mese: più persone chiedono alternative, più l’offerta si stabilizza e diventa permanente.
È qui che gennaio fa da catalizzatore. I locali che hanno inserito opzioni plant-based per rispondere al picco spesso le tengono nel menu, perché si accorgono che la richiesta non si esaurisce con il calendario. E i consumatori che hanno scoperto prodotti che funzionano continuano a cercarli anche a febbraio, marzo e oltre.
Il punto non è convertire tutti al veganesimo. È rendere l’alimentazione a base vegetale un’opzione normale, accessibile, buona. Senza proclami, senza estremismi. Solo più scelta.
E in fondo, che il mese finisca o meno, avere più opzioni non è mai un male.
