Lo chef Koji Nakai porta nella Capitale un format tra izakaya e wine bar, dove il sake è protagonista e il cibo si condivide
Se vi dicessero che potete ordinare un hakozushi pressato, sorseggiare un sake artigianale e poi proseguire con una lambuga cotta nella foglia di magnolia, tutto nello stesso locale, senza troppe formalità e con la possibilità di assaggiare venti piatti diversi in mezze porzioni? Ecco, questo è esattamente quello che succede da Sakaba Ie Koji, in via Emilio Fàa di Bruno 31 a Roma, un progetto dello chef Koji Nakai.
Cosa significa “sakaba”
In Giappone, il sakaba è il posto dove si va prima di tutto a bere. Non è un ristorante classico, non è nemmeno solo un bar. È quel rifugio urbano dove sake, birre e distillati dettano il ritmo e il cibo arriva per accompagnare, sorprendere, far venire voglia di ordinare ancora. Nakai riprende proprio questa idea, costruendoci sopra un menu di circa venti piatti, tutti disponibili in porzioni intere o mezze, pensati per chi vuole provare tanto senza impegnarsi troppo.

Gli spazi: bancone, tavoli alti e sedute basse
Il locale, progettato dall’architetto Valeria Vecellio, si sviluppa su tre ambienti. All’ingresso c’è un bancone in legno con otto posti dove lo chef prepara a vista i crudi. Poi ci sono tavoli alti con sgabelli e una sala più tradizionale con sedute basse. In tutto 32-34 coperti interni più una quindicina all’esterno. Niente fronzoli: legno, superfici naturali, un’atmosfera lineare che funziona sia per l’aperitivo che per la cena.
Venti etichette di sake (che potete anche comprare)
Uno dei punti forti è la collaborazione con Shibataya, distributore specializzato in sake. In vetrina ci sono una ventina di etichette, tutte disponibili sia al bicchiere sia in bottiglia da portare a casa. Due volte al mese il locale ospita degustazioni guidate, e il personale ha fatto una formazione specifica per aiutare chi si avvicina al sake per le prime volte. Oltre al sake, trovate vini naturali, vino giapponese, birre nipponiche e cocktail a base di distillati giapponesi.
Il menu: tecnica giapponese e contaminazioni asiatiche
Koji Nakai mescola tecnica giapponese, richiami internazionali e influenze da tutta l’Asia. Nel menu ci sono carne, pesce, verdure e un uso importante di erbe e spezie come coriandolo, menta e anice stellato. Molti piatti passano dalla brace, altri sono crudi preparati al bancone.
Tra i piatti più particolari c’è l’hakozushi, il sushi pressato di Osaka: riso e ingredienti vengono compattati in una scatola di legno chiamata oshibako e poi tagliati in porzioni regolari. È diverso dal nigiri classico, più stabile e scenografico.

Poi ci sono il Kasu Jiru, una zuppa di pesce giapponese fatta con sake kasu (la feccia del sake), l’Houbayaki (lampuga cotta nella foglia di magnolia sulla griglia), ceviche giapponese e altre preparazioni che attraversano il Giappone, l’Italia e il resto dell’Asia senza troppi schemi.
A pranzo: obanzai sul bancone
Nei prossimi mesi partirà anche una formula pranzo ispirata agli obanzai, la cucina casalinga di Kyoto. Sul bancone verranno allestiti piccoli piatti stagionali che lo chef serve direttamente. Prezzo intorno ai 15 euro, per chi cerca qualcosa di veloce ma non banale.
Lo chef Koji Nakai
Nato a Kobe nel 1984, Koji Nakai è cresciuto tra ristoranti e mercato del pesce, con un nonno cuoco che gli ha insegnato il mestiere. Dopo anni in Giappone e una formazione nella cucina italiana, arriva a Roma nel 2008.
