Arriva il decreto che autorizza la produzione in Italia: un mercato da 2,4 miliardi di dollari che cresce dell’8% all’anno
Il prossimo Capodanno sarà possibile brindare con bollicine a zero gradi alcolici, prodotte in Italia e non all’estero. Fino a pochi giorni fa era impossibile, ma ora è realtà. Con la firma del decreto interministeriale tra il Ministero dell’Economia e quello dell’Agricoltura, l’Italia entra ufficialmente nel mercato dei vini dealcolati, con tutte le regole necessarie per produrli in casa propria.
Una svolta che arriva dopo mesi di dibattiti, dubbi e polemiche, ma che il settore attendeva da tempo. Soprattutto le aziende che, fino ad oggi, erano costrette a far produrre questi vini all’estero per mancanza di una normativa chiara.
Un vuoto normativo colmato
Il decreto definisce finalmente il regime fiscale per le accise, i requisiti per ottenere le autorizzazioni e le regole di produzione. In pratica, chi gestisce depositi fiscali di vino potrà effettuare processi di dealcolazione rispettando determinati limiti quantitativi e condizioni. Si distingue tra piccoli produttori (sotto i 1.000 ettolitri annui) e quelli più grandi, con regole proporzionate alle diverse dimensioni aziendali.

«Con questo decreto diamo al settore vitivinicolo un quadro normativo chiaro per poter produrre i vini dealcolati e offrire così nuove opportunità alle imprese del settore», ha dichiarato il ministro Francesco Lollobrigida.
Un mercato che corre
I numeri spiegano perché le aziende italiane fossero così impazienti. Il mercato globale dei vini no e low alcohol vale oggi 2,4 miliardi di dollari e si prevede raggiungerà i 3,3 miliardi entro il 2028, con una crescita annuale dell’8%. In Italia, il settore è letteralmente esploso: da 8 milioni di euro nel 2021 a 55 milioni nel 2024, con previsioni di un ulteriore +60% per il 2025.
Paolo Castelletti, segretario generale dell’Unione Italiana Vini, ha commentato: «Il via libera al decreto rappresenta una bella notizia di fine anno dopo un 2025 travagliato per il settore sul fronte del mercato. Sono sempre di più le imprese italiane pronte a investire sulla categoria dei dealcolati».
Sui mercati esteri, i vini a zero gradi mostrano crescite impressionanti: +46% in Germania, +20% nel Regno Unito, +18% negli Stati Uniti nei primi nove mesi dell’anno.
Quali vini funzionano meglio
Non tutti i vini si prestano allo stesso modo al processo di dealcolazione. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini, ha le idee chiare: «I vini bianchi mossi sono quelli che vengono meglio perché la CO2 toglie quel po’ di dolcezza che questi prodotti hanno. E già vengono prodotti soprattutto in Francia e in Germania».

Anche Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi e inizialmente scettico sui dealcolati, ha dovuto riconoscere che «i vini che più si adattano a questa sperimentazione sono quelli aromatici, in primis quelli frizzanti. Un vino semplice, anonimo nel profumo, soffre sicuramente di più del suo cambio di identità rispetto a un vino aromatico, a una bolla».
Le sfide tecniche
La dealcolazione non è un’operazione semplice. Come spiega Cotarella: «L’alcol è fondamentale per la conservazione, non per niente i grandi vini rossi invecchiano 100 anni e hanno una gradazione alcolica superiore». Un vino con poco o zero alcol richiede quindi attenzioni particolari, anche se la tecnologia ha fatto passi avanti notevoli nell’ultimo anno.
Il settore cooperativo sembra pronto a raccogliere la sfida. Secondo i dati presentati al Vinitaly, l’11% delle cantine cooperative già produce vini dealcolati, mentre un altro 22% si appresta a farlo. Il restante 67% osserva, in attesa di capire l’evoluzione del mercato.
Tradizione e innovazione
Una delle preoccupazioni principali era che i dealcolati potessero snaturare l’identità del vino italiano. Le associazioni di categoria hanno lavorato per distinguere chiaramente tra vino tradizionale e prodotti dealcolati, evitando confusione nei consumatori.
«È importante che il mercato dei vini dealcolati cresca senza snaturare la nostra tradizione», ha sottolineato Gabriele Castelli, direttore generale di Federvini. «Innovazione e qualità possono convivere, offrendo nuove opportunità senza sostituire i vini che hanno contribuito a costruire la reputazione enogastronomica dell’Italia nel mondo».
Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare, ha aggiunto: «Questa nuova categoria di vini si aggiungerà alle possibilità di scelta per le grandi occasioni».
Cosa aspettarsi
Per i consumatori, nei prossimi mesi aumenterà l’offerta di spumanti e vini bianchi frizzanti a zero o bassa gradazione alcolica made in Italy. I prezzi dovrebbero essere competitivi rispetto ai prodotti importati, e la qualità potrebbe beneficiare dell’esperienza italiana nel settore.
Resta da vedere se il vino dealcolato sarà solo una moda passeggera o un cambiamento strutturale nei consumi. Per ora, il settore sembra guardare a questo segmento come a un’opportunità per diversificare l’offerta in un momento difficile per il mercato tradizionale del vino.
Come ha concluso Cotarella, con un pizzico di filosofia: «Comunque il vino non morirà mai».
