FoodTech in Europa, ecco chi investe nel cibo del futuro

Mentre l’Italia resta indietro, Nordici e Germania guidano la rivoluzione alimentare con 4,1 miliardi di investimenti

Mentre ordiniamo l’ennesima consegna a domicilio dal nostro smartphone, pochi di noi si rendono conto che dietro quel gesto si nasconde un ecosistema da miliardi di euro. Nel 2024, le startup europee del food hanno raccolto 4,1 miliardi di euro. Una cifra che racconta molto di più di semplici numeri: ci dice dove sta andando il cibo che mangeremo domani, chi ci sta investendo, e soprattutto chi rischia di restare indietro. Come l’Italia.

L’Italia? Quasi invisibile

Partiamo da casa nostra. Il report della DigitalFoodLab, che ogni anno fotografa lo stato del FoodTech europeo, mostra una verità scomoda: l’Italia non compare nemmeno tra i primi dieci paesi per investimenti nel settore. Con appena 130 milioni di euro nel 2024, il nostro paese si colloca dietro realtà molto più piccole come Finlandia (400 milioni), Danimarca (150 milioni) e persino Repubblica Ceca (160 milioni).

Per capirci: la Germania da sola ha attratto un miliardo di euro, il Regno Unito 700 milioni, l’Olanda mezzo miliardo. E noi? Fermi al palo, aggrappati alle nostre DOP e IGP, convinti che il passato basti a garantirci il futuro.

Mosa Burger
Mosa Burger, ottenuto da carne coltivata

Cosa si intende per FoodTech

Prima di andare avanti, serve chiarire di cosa parliamo. FoodTech non significa solo app per ordinare pizza. È un universo che va dall’agricoltura di precisione alle proteine alternative, dalla robotica per ristoranti agli ingredienti funzionali creati in laboratorio. È l’intera filiera alimentare che viene ripensata attraverso tecnologia, sostenibilità e nuovi modelli di business.

E mentre noi discutiamo se la carbonara con la panna sia un’eresia, altri paesi stanno costruendo l’industria alimentare del 2030.

I Paesi del Nord vincono (ancora)

I numeri del 2024 mostrano un quadro chiaro. Germania, Regno Unito e Paesi Bassi guidano la classifica, ma la vera sorpresa arriva dai paesi nordici. Se considerati insieme, Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca formerebbero il secondo ecosistema FoodTech d’Europa, con 760 milioni di euro investiti.

Il segreto? Una combinazione esplosiva: investimenti massicci nell’acquacoltura (allevamenti ittici a terra) e proteine alternative. La Finlandia, in particolare, ha visto crescere i finanziamenti del 400% in un anno. Merito di startup come Onego Bio, che produce proteine dell’uovo attraverso fermentazione di precisione, o Solar Foods, che crea proteine dalla CO2 catturata dall’atmosfera e quotata in borsa a settembre 2024.

Bioalbumen Onego Bio
Bioalbumen Onego Bio

Germania: oltre il delivery

La Germania ha raccolto un miliardo di euro nel 2024, con un aumento del 62% rispetto all’anno precedente. Ma attenzione: il 57% di questi investimenti è andato a startup di consegna a domicilio, in particolare Flink (il supermercato in 10 minuti) e Delivery Hero.

Il resto? Proteine alternative. La Germania ospita alcuni dei progetti più avanzati d’Europa in questo campo: da Formo, che crea formaggi attraverso fermentazione di precisione (69,5 milioni raccolti), a Planet A Foods, che ha sviluppato un’alternativa al cacao a base vegetale già sul mercato.

L’Olanda punta sul futuro

Mezzo miliardo di euro nel 2024, con un ecosistema diversificato e resiliente. Sì, anche qui c’è il gigante del delivery (Picnic ha raccolto 355 milioni), ma l’Olanda si distingue per altro: proteine alternative e agricoltura innovativa.

Mosa Meat, pioniere della carne coltivata, ha raccolto 130 milioni di euro ed è in trattativa con i regolatori europei. Potrebbe essere la prima azienda a vendere carne coltivata nel Vecchio Continente. Non male per un paese grande quanto la Lombardia.

Regno Unito: il declino di un leader

Il Regno Unito, storicamente il più grande ecosistema FoodTech europeo, sta perdendo colpi. Da 1,6 miliardi nel 2021 a 700 milioni nel 2024: un crollo del 63%. Il numero di investimenti è diminuito drasticamente e mancano startup con potenziale di mega-deal.

Il problema? L’assenza di leader nel settore delivery e la crisi delle startup di prodotti alimentari branded. L’inflazione ha raffreddato i consumi, e gli investitori sono diventati più cauti. Rimane però un ecosistema interessante nel campo della nutrizione personalizzata.

Francia: dopo il crollo, la ripartenza

La Francia ha vissuto un momento difficile. Dopo aver perso due pilastri del suo ecosistema (Ynsect e Agronutris, startup di insetti per mangimi animali, ora fallite), gli investimenti sono crollati a 450 milioni nel 2024, con un calo del 60% nel numero di deal.

Formo - formaggi ottenuti attraverso fermentazione di precisione
Formo – formaggi ottenuti attraverso fermentazione di precisione

Ma qualcosa si muove. Emergono startup di “terza ondata” nel delivery (La Fourche, Le Fourgon, Bene Bono) e si rafforza l’ecosistema delle proteine alternative. Micropep, che sviluppa biostimolanti naturali per l’agricoltura, ha raccolto 59 milioni ed è emblematica di una nuova generazione di aziende francesi che, paradossalmente, puntano al mercato americano come prima destinazione commerciale.

Dove vanno i soldi: tre pilastri

Nel 2024, tre categorie hanno dominato gli investimenti europei:

Delivery: 1,3 miliardi (+117%), tornato prepotentemente in cima dopo due anni difficili. Ma attenzione: il numero di deal è crollato del 50%. Significa che i soldi vanno solo ai player già affermati. L’innovazione in questo campo sembra esaurita, almeno in Europa.

Proteine alternative: il vero cuore pulsante del FoodTech europeo. Mentre nel resto del mondo gli investimenti crollano, in Europa crescono del 20%. Le startup europee sono leader in tecnologie avanzate: fermentazione di precisione, agricoltura cellulare, proteine da biomassa. E soprattutto, sono posizionate su trend vincenti: alternative a cacao, zucchero, grassi.

Acquacoltura: la sorpresa del 2024. Allevamenti ittici a terra hanno attratto investimenti enormi, soprattutto nei paesi nordici. Finnforel ha raccolto 240 milioni, Salmon Evolution 46 milioni. È un settore che combina sostenibilità, sicurezza alimentare e tecnologia.

Il problema (vero) dell’Europa

Nonostante i 4,1 miliardi raccolti, c’è un elefante nella stanza: il numero di nuove startup è in caduta libera. Gli investimenti early-stage (seed e serie A) continuano a diminuire, -20% nel 2024. Significa meno imprenditori che entrano nel settore, meno idee nuove, meno fermento.

Il rischio? Che tra qualche anno, quando gli attuali “campioni” saranno usciti (venduti o quotati), non ci sia una nuova generazione pronta a prendere il testimone. E che l’Europa perda il treno della rivoluzione alimentare proprio mentre sembrava salirci.

E l’Italia?

Torniamo a noi. Cosa manca all’Italia per essere protagonista di questa trasformazione? Non certo le eccellenze: abbiamo università di prim’ordine, tradizione alimentare riconosciuta nel mondo, territori ricchi di biodiversità.

Manca la cultura dell’investimento in innovazione alimentare. Manca l’ecosistema di venture capital specializzato. Manca, forse, il coraggio di guardare oltre la narrazione della “tradizione” e immaginare che innovazione e qualità possano convivere.

Mentre celebriamo (giustamente) i nostri presìdi Slow Food, altri paesi stanno costruendo le aziende che tra dieci anni ci venderanno proteine, ingredienti e tecnologie alimentari. Saremo ancora produttori o diventeremo semplici consumatori?

Uno sguardo al futuro

Il FoodTech europeo è a un bivio. Da un lato, ha consolidato la sua posizione di leadership globale, attirando il 28% degli investimenti mondiali del settore. Dall’altro, rischia di perdere slancio se non riuscirà ad attrarre nuovi imprenditori e nuovi capitali nelle fasi iniziali.

Per l’Italia, il momento è ora. Non si tratta di rinnegare la nostra identità gastronomica, ma di integrarla con innovazione e tecnologia. Altri paesi con tradizioni alimentari forti (Francia, Spagna, persino la Danimarca) lo stanno facendo. Perché noi no?

La domanda non è se il cibo del futuro sarà diverso da quello di oggi. Lo sarà, inevitabilmente. La domanda è: vogliamo costruirlo noi, o comprarlo da altri?

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