Consumi alimentari in calo: risparmio batte qualità

Gli italiani comprano meno cibo al dettaglio. L’analisi Nomisma rivela come clima, costi e geopolitica stanno ridisegnando il mercato

Gli scaffali dei supermercati sono pieni come sempre, eppure gli italiani riempiono meno il carrello. I numeri parlano chiaro: i volumi di prodotti alimentari acquistati al dettaglio sono in costante calo. A salvare le apparenze ci pensano solo i prezzi, che continuano a salire. Ma dietro questa tendenza c’è molto di più di una semplice stretta al portafoglio.

Lo ha spiegato Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma, durante il Cibus Tec Forum dello scorso 29 ottobre. La sua analisi fotografa un settore sotto pressione, dove si intrecciano cambiamenti climatici, tensioni internazionali e una domanda dei consumatori completamente trasformata.

Cosa cercano davvero i consumatori

Nei prossimi dodici mesi, le scelte d’acquisto degli italiani saranno guidate da tre priorità: risparmio, benessere e sostenibilità. In quest’ordine. Un’indagine Nomisma rivela che il 38% dei consumatori vuole prodotti con ridotto contenuto di zuccheri, conservanti e grassi. Subito dopo viene il made in Italy (37%) e i prodotti locali a chilometro zero (36%).

Danni da grandine
Danni da grandine

L’impatto ambientale conta per il 30% degli intervistati, mentre le confezioni sostenibili interessano al 28%. Numeri che raccontano un consumatore più attento, ma anche più guardingo con il denaro.

Il clima che cambia il piatto

Quasi la metà del suolo italiano è in cattivo stato di salute. Erosione, perdita di carbonio, concentrazione di rame, compattazione, eccesso di azoto: la lista dei problemi è lunga e minaccia la sostenibilità dell’intero comparto.

La siccità prolungata e l’aumento delle temperature pesano sulle produzioni, mentre grandinate, trombe d’aria e allagamenti causano danni sempre più ingenti. Risultato? Per alcune materie prime agricole i prezzi sono più che raddoppiati in due anni.

I costi che soffocano le imprese

Non è solo il clima a complicare le cose. Le tensioni geopolitiche hanno fatto schizzare i costi operativi, energetici e di trasporto. In un mercato globale instabile, basta poco per far impennare le quotazioni. Le imprese alimentari italiane si trovano schiacciate tra prezzi in salita e consumatori che comprano meno.

L’export come via d’uscita (con ostacoli)

Con la popolazione italiana in calo demografico, l’export diventa fondamentale. Ma anche qui il quadro è complesso. Il 58% delle nostre esportazioni va verso l’Unione Europea, il 13,7% in Nord America. Cina, Sud America, Africa e Australia restano mercati secondari.

Il problema è che l’Italia non è autosufficiente per frumento, soia, mais, carni e olio d’oliva. Per esportare di più, dobbiamo importare di più. E non solo dall’Europa, che oggi pesa per il 70% sulle nostre importazioni.

La soluzione? Accordi di libero scambio che riducano dazi e barriere doganali, proteggano le denominazioni DOP e IGP e garantiscano clausole di salvaguardia reciproche.

Coltivazioni idroponiche
Coltivazioni idroponiche

Tecnologia e ricerca: il ritardo italiano

Gli investimenti in ricerca nel settore alimentare sono cresciuti del 22% in dieci anni, ma si fermano a 424 milioni di euro. Troppo poco per stare al passo.

Ancora più preoccupante il dato sull’intelligenza artificiale: solo il 6,7% delle imprese del food & beverage italiano la utilizza, principalmente per marketing, vendite e processi produttivi.

Cambiare o uscire dal mercato

«Servono accordi di filiera per ridurre la volatilità dei prezzi, diversificazione dei mercati per contenere i rischi e innovazione tecnologica per rispondere ai nuovi bisogni dei consumatori», sintetizza Pantini. E aggiunge un avvertimento: la sostenibilità, anche se sembra uscita dal dibattito pubblico, resta «una conditio sine qua non per restare sul mercato».

Il settore agroalimentare italiano rimane strategico per l’economia nazionale. Ma senza un cambio di paradigma, le imprese rischiano di perdere competitività e redditività. Il futuro si gioca su filiere più integrate, mercati più diversificati e tecnologie più avanzate. Chi resta fermo, resta indietro.

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