Una famiglia su tre limita la spesa per alimenti. Il divario tra Nord e Sud si allarga, mentre i prezzi continuano a salire
Gli italiani spendono di più per mangiare, ma comprano meno. È questa la fotografia che emerge dai dati Istat sulla spesa per consumi delle famiglie nel 2024, un’istantanea che racconta di un Paese ancora alle prese con l’impatto dell’inflazione degli ultimi anni.
I numeri della spesa alimentare
La spesa media mensile per prodotti alimentari e bevande analcoliche si attesta a 533 euro, sostanzialmente invariata rispetto ai 526 euro del 2023. Un dato che nasconde però una realtà più complessa: i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 2,5% nell’ultimo anno, e le famiglie hanno dovuto adattare le proprie abitudini di acquisto per mantenere lo stesso livello di spesa.
Tradotto: si compra meno, o si compra di qualità inferiore. Non a caso, il 31,1% delle famiglie italiane dichiara di aver limitato quantità e qualità del cibo acquistato rispetto all’anno precedente. Una famiglia su tre, insomma, ha dovuto fare i conti con scelte difficili al supermercato.

Le voci che pesano di più
Guardando nel dettaglio, alcune voci di spesa hanno subito aumenti particolarmente marcati. Gli oli e grassi sono schizzati a 18 euro mensili, con una crescita dell’11,7% rispetto al 2023. La frutta, inclusa quella a guscio, raggiunge i 45 euro al mese (+2,7%). Sono aumenti che si sentono, soprattutto per chi ha budget limitati.
Il peso dei prodotti alimentari sul totale della spesa familiare è salito al 19,3% (dal 19,2% del 2023), un segnale che indica come le famiglie siano costrette a destinare una quota crescente del proprio reddito ai beni di prima necessità.
Il divario geografico si allarga
Il dato più preoccupante riguarda le differenze territoriali. Al Sud, dove la spesa media mensile è di 2.199 euro (contro i 3.032 del Nord-est), le famiglie destinano il 25,4% del budget totale agli alimenti. Nel Nord-est questa quota scende al 17,4%. È la classica legge di Engel: più si è poveri, più si spende in proporzione per mangiare.
In Calabria, la regione con la spesa alimentare più alta in termini percentuali, si arriva al 28,2% della spesa totale destinata al cibo, mentre in Trentino-Alto Adige ci si ferma al 14,6%. Non è solo una questione di prezzi diversi: è una questione di redditi diversi.
Chi rinuncia a cosa
Oltre al cibo, gli italiani hanno dovuto fare rinunce anche su altri fronti. Il 47,5% delle famiglie ha ridotto la spesa per abbigliamento e calzature, quota che sale al 57,6% nel Mezzogiorno. Anche viaggi e vacanze hanno subito tagli: il 41,4% delle famiglie dichiara di aver limitato questa voce di spesa.
In controtendenza, cresce del 4,1% la spesa per servizi di ristorazione e alloggio, che raggiunge i 162 euro mensili. È il segno di un lento recupero post-pandemia, ma i livelli sono ancora lontani da quelli pre-Covid, e riguardano principalmente le famiglie più abbienti del Nord.

Le famiglie più colpite
Le differenze non sono solo geografiche. Le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro hanno visto crescere la spesa alimentare del 2,3%, arrivando a destinare un quinto del budget totale al cibo. Per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione, questa quota sale al 24,4%.
Anche la composizione familiare conta: le coppie con tre o più figli spendono 819 euro al mese per alimenti (il 22,2% della spesa totale), mentre le coppie giovani senza figli si fermano a 448 euro mensili (13,8% del totale).
Lo scenario futuro
Dal 2019 al 2024, la spesa per consumi delle famiglie è aumentata del 7,6%, mentre l’inflazione nello stesso periodo è stata del 18,5%. Il divario è evidente: le famiglie hanno perso potere d’acquisto, e questo si riflette inevitabilmente sulle scelte alimentari.
In termini reali, considerando l’inflazione, la spesa equivalente delle famiglie italiane è calata del 7,2% rispetto al 2018. Le famiglie più colpite sono quelle dei quinti centrali della distribuzione, quella che un tempo si sarebbe chiamata classe media.
Italia ancora in affanno
I dati Istat raccontano di un Paese ancora in affanno, dove mangiare sta diventando una voce di spesa sempre più pesante per le famiglie con redditi bassi e medi. Il carrello della spesa si è alleggerito, la qualità spesso è stata sacrificata alla quantità, e le differenze territoriali si sono accentuate.
Non è solo una questione di numeri: dietro ogni percentuale ci sono scelte quotidiane, rinunce, adattamenti. E la sensazione, diffusa, di dover fare sempre più attenzione a ogni euro speso al supermercato.
