Il Parlamento europeo boccia il meat sounding: addio a hamburger, salsicce e bistecche per i prodotti plant based
Il mondo dei prodotti vegetali si prepara a una rivoluzione lessicale. Il Parlamento europeo ha approvato con 355 voti favorevoli, 247 contrari e 30 astenuti un emendamento che vieta l’uso di termini come “burger”, “hamburger”, “salsiccia” e “bistecca” per alimenti che non contengono carne. La decisione, parte della revisione del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (Ocm), introduce una nuova definizione di carne come “parti commestibili di animali” e riserva determinate denominazioni esclusivamente ai prodotti di origine animale.
Cosa cambierà concretamente
Per le aziende del settore plant based, questa norma comporta un ripensamento totale della comunicazione. Termini familiari come “veggie burger”, “salsiccia di tofu” o “bistecca di seitan” dovranno sparire da confezioni, menu e pubblicità. Le imprese saranno costrette a rivedere packaging, strategie di marketing e procedure burocratiche, con costi non indifferenti. Il provvedimento esclude anche i prodotti coltivati in laboratorio dalle denominazioni tradizionali della carne.

La norma dovrà ora passare attraverso i negoziati del Trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea, con l’obiettivo di un’adozione definitiva nella plenaria di novembre 2025. Non è quindi ancora legge, ma il segnale politico è chiaro.
Le ragioni del sì: tutela o protezionismo?
I sostenitori del divieto, come la relatrice francese Céline Imart del Partito popolare europeo, parlano di «trasparenza» e «chiarezza» per i consumatori. Secondo questa visione, usare termini legati alla carne per prodotti vegetali creerebbe confusione e sarebbe una pratica ingannevole. Coldiretti, che sostiene la misura da anni, la considera una vittoria contro il “meat sounding”, paragonandolo all’Italian sounding che danneggia il made in Italy.
Il voto ha visto compatto tutto il centrodestra italiano (FdI, Lega, Forza Italia), mentre il Partito democratico si è spaccato: 13 eurodeputati a favore, 6 contrari. M5S e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro.
Le critiche: un freno all’innovazione
L’opposizione al provvedimento è stata netta. L’Organizzazione europea dei consumatori (BEUC) ha espresso “delusione”, sottolineando che il 70% dei consumatori europei comprende perfettamente questi termini quando i prodotti sono chiaramente etichettati come vegani o vegetariani. Il consumo di prodotti vegetariani che imitano la carne è quintuplicato dal 2011, spinto da preoccupazioni salutistiche, ambientali e per il benessere animale.
Alex Holst del Good Food Institute Europe ha fatto notare che «termini familiari come salsiccia e burger aiutano i consumatori a capire cosa aspettarsi dai prodotti a base vegetale, in termini di utilizzo e consistenza». L’eurodeputata dei Verdi Cristina Guarda ha definito la misura «una battaglia di retroguardia culturale che soffoca innovazione e competitività», sostenendo che la domanda di prodotti plant-based cresce a doppia cifra ogni anno.
Persino all’interno del Partito popolare europeo ci sono state voci critiche: l’eurodeputato tedesco Peter Liese ha definito «una vergogna» dedicare tempo a «tali assurdità», ritenendo che i consumatori non vadano presi per stupidi.

Il contesto: agricoltura sotto pressione
La misura si inserisce in un pacchetto più ampio di modifiche alla Politica agricola comune, nato in risposta alle proteste dei trattori del 2024. Oltre al divieto di meat sounding, il Parlamento ha approvato l’estensione dell’etichetta d’origine a tutti i settori alimentari, la preferenza per prodotti locali negli appalti pubblici e l’obbligo di contratti scritti nelle filiere agroalimentari che tengano conto dei costi di produzione.
Una questione già dibattuta
Non è la prima volta che l’Europa affronta il tema. Nel 2020 una proposta simile fu respinta dall’Aula di Strasburgo. Il cambiamento degli equilibri politici dopo le elezioni europee del 2024, con più seggi a destra ed estrema destra, ha ribaltato l’esito. Anche in Francia un decreto del 2024 con lo stesso obiettivo fu annullato dal Consiglio di Stato a gennaio 2025, dopo una sentenza della Corte di Giustizia UE.
Il nodo competitività
Resta un paradosso: mentre l’Europa limita l’uso di questi termini, i mercati esteri continueranno a chiamare i loro prodotti “veggie burger” e “plant-based sausage”, conquistando scaffali e consumatori europei senza vincoli linguistici. La Germania, il più grande mercato europeo per le alternative vegetali, ha già fatto sentire la sua preoccupazione attraverso le catene di supermercati come Lidl e Aldi, che temono ripercussioni sulle vendite.
La vera domanda è se questa misura proteggerà davvero i consumatori e gli agricoltori, o se finirà per ostacolare un settore in crescita senza risolvere i problemi strutturali dell’allevamento europeo. La risposta arriverà nei prossimi mesi, quando stati membri e istituzioni UE dovranno trovare un accordo finale.
