Zero Hunger: le aziende contro la fame in Italia

A Milano 15 imprese del food ripensano il loro ruolo nella lotta alla povertà alimentare, da Coop a Bolton Group

La fame non è solo un problema lontano. Anche in Italia, dove la grande distribuzione e la ristorazione muovono miliardi, ci sono famiglie che faticano a mettere cibo in tavola. E le aziende del settore alimentare cominciano a chiedersi: qual è il nostro ruolo in tutto questo?

A Milano, lo scorso 27 novembre, quindici imprese si sono riunite per lo “Zero Hunger Corporate Lab”, un incontro organizzato da Azione Contro la Fame insieme a Sustainability Makers e ALTIS dell’Università Cattolica. Non il solito convegno, ma un tavolo di lavoro concreto per capire come il business può contribuire al diritto al cibo.

Zero Hunger - tavolo di lavoro
Zero Hunger – tavolo di lavoro

Dall’emergenza alla strategia

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: creare una “Zero Hunger Business Community”, una rete permanente di aziende che integrano la lotta alla povertà alimentare nelle loro strategie, non solo come iniziativa di facciata ma come parte del modello di business.

Hanno partecipato realtà di peso: dalla grande distribuzione (Coop, Esselunga, Iper, Italmark) alla ristorazione, dall’agrobusiness alle utilities, fino alle assicurazioni. Cinque di loro – Bolton Group, Coop, Fondazione Conad, PayPal e Mipharm – hanno presentato i propri progetti.

Cosa fanno le aziende (davvero)

Bolton Group, proprietaria di marchi come Rio Mare, ha donato nel 2024 oltre 27 milioni di grammi di proteine attraverso la partnership con Banco Alimentare. Il focus è sul contrasto allo spreco e sulla responsabilità lungo tutta la filiera.

Coop porta avanti il suo approccio che chiama “prezzo giusto”: filiere come Solidal, iniziative di recupero eccedenze con “Buon Fine” e raccolte come “Dona la Spesa”. Durante l’incontro hanno sottolineato come questo modello tenga insieme prodotti e azioni sociali, soprattutto in un momento in cui le disuguaglianze crescono.

Fondazione Conad ha presentato “Accompagna una Famiglia”, un programma nazionale realizzato con Azione Contro la Fame, Fondazione Snam e Caritas. Non solo distribuzione di cibo, ma percorsi di educazione alimentare, energetica e finanziaria per aiutare le famiglie a raggiungere l’autonomia.

PayPal ha illustrato “Give at Checkout”, una piattaforma che permette di donare un euro al momento dell’acquisto online. Una micro-donazione digitale integrata nel processo di pagamento.

Mipharm, del gruppo DMX Pharma, collabora con Azione Contro la Fame per l’inserimento professionale di persone in difficoltà, dimostrando che l’accesso al lavoro è uno strumento contro la povertà alimentare.

Azione contro la fame
Azione contro la fame

Le leve del cambiamento

Durante i tavoli di lavoro sono emerse diverse direzioni su cui le imprese possono agire: riduzione degli sprechi, filiere sostenibili che rispettano i diritti dei lavoratori, agricoltura responsabile, educazione alimentare, inclusione lavorativa, campagne di marketing legate a cause sociali.

Un punto interessante riguarda il ruolo culturale: le aziende possono fare informazione non solo verso i consumatori – sempre più attenti all’impatto sociale delle loro scelte – ma anche all’interno, coinvolgendo il proprio personale.

Una questione di sistema

«La lotta alla povertà alimentare non può essere affrontata solo con interventi emergenziali», ha dichiarato Licia Casamassima di Azione Contro la Fame. Serve visione di medio-lungo periodo e la capacità di costruire reti.

Matteo Pedrini, direttore di ALTIS e Sustainability Makers, ha aggiunto che «la mancanza di cibo non è un fenomeno così distante dai luoghi in cui operiamo». Gli esempi presentati dimostrano che è possibile perseguire la performance economica generando valore sociale.

Il prossimo passo sarà estendere il dialogo al Terzo Settore e alle istituzioni. L’idea è passare dalla logica della donazione occasionale a un approccio strutturale, dove il diritto al cibo diventa parte integrante della cultura aziendale.

Per chi sceglie cosa mettere nel carrello, sapere che dietro un prodotto c’è un’azienda che si interroga sul proprio impatto può fare la differenza. O almeno, è un inizio.

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