DOP e IGP: 20,7 miliardi e un futuro da costruire

L’economia della qualità cresce nonostante dazi e instabilità: l’Italia conferma la leadership mondiale con 897 prodotti certificati

Mentre in molti settori dell’agroalimentare si parla di crisi, i prodotti a denominazione di origine continuano a crescere. Nel 2024 la cosiddetta DOP Economy ha raggiunto i 20,7 miliardi di euro di valore alla produzione, con un +3,5% rispetto all’anno precedente. Un risultato che assume ancora più valore se si considera il contesto: dazi americani, guerre, instabilità valutaria.

I dati emergono dal XXIII Rapporto ISMEA-Qualivita, presentato a Roma alla presenza del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il documento fotografa un sistema che coinvolge 328 Consorzi di tutela, 184.000 operatori e genera lavoro per oltre 864.000 persone.

DOP economy
DOP economy

Export: per la prima volta oltre i 12 miliardi

Il dato più significativo riguarda le esportazioni: 12,3 miliardi di euro, con un incremento dell’8,2% sul 2023. È la prima volta che si supera questa soglia, grazie al “doppio record” di cibo (oltre 5 miliardi) e vino (oltre 7 miliardi). Il settore alimentare ha registrato la crescita più sostenuta, +12,7% in un anno, trainato da formaggi, ortofrutticoli e oli d’oliva.

«I risultati principali sono due: superiamo finalmente i 20 miliardi di valore complessivo, e superiamo i 12 miliardi di esportazioni», ha spiegato Livio Proietti, presidente di ISMEA. «Un dato particolarmente significativo perché realizzato nel 2024, che è stato l’anno della tempesta perfetta tra dazi, guerre e instabilità anche dei cambi del dollaro».

Gli Stati Uniti restano il primo mercato di destinazione, assorbendo il 22% delle esportazioni italiane DOP e IGP. Proprio per questo preoccupa l’impatto dei dazi: secondo un’indagine condotta con Origin Italia, a ottobre 2025 il 48% delle filiere aveva già avvertito effetti negativi. Il 61% dei Consorzi ha avviato strategie di diversificazione verso altri mercati.

Il cibo cresce, il vino tiene

Il comparto alimentare ha superato i 9,6 miliardi di euro (+7,7%), segnando il quarto anno consecutivo di crescita. A trainare sono stati soprattutto i formaggi (+10,5%), le paste alimentari (+11%) e, in modo eclatante, gli oli d’oliva (+46,9%), grazie all’incremento della produzione certificata e al boom dei prezzi.

Il vino imbottigliato DOP e IGP si è confermato stabile a 11 miliardi di euro. Dopo la battuta d’arresto del 2023, il settore ha ripreso a crescere nelle esportazioni (+5,2%), che rappresentano l’88% dell’export vinicolo italiano complessivo. Un dato che evidenzia come il vino di qualità sia ormai quasi sinonimo di vino italiano all’estero.

Nord-Est motore, ma cresce anche il Sud

A livello territoriale, il Nord-Est si conferma l’area trainante con 11,24 miliardi di euro, pari al 54% del settore nazionale. Veneto ed Emilia-Romagna restano salde in testa, con 4,94 e 3,99 miliardi rispettivamente. Ma la sorpresa positiva arriva dalla Lombardia, che con 2,9 miliardi segna un +13,1%, il quarto anno consecutivo di crescita.

Bene anche il Sud: Campania, Puglia e Sicilia registrano incrementi significativi, con la Puglia che spicca al +12,2%. Segnali di difficoltà invece per Sardegna (-6,5%) e Molise (-17%).

In 14 regioni su 20 i valori sono cresciuti, e a livello provinciale due province su tre hanno registrato aumenti. Tra le prime venti, i risultati migliori in termini assoluti sono stati di Mantova (+121 milioni di euro), Modena (+65 milioni), Treviso (+64 milioni) e Brescia (+63 milioni).

Qualità che fa la differenza

Un approfondimento ISTAT contenuto nel rapporto delinea un profilo interessante: le aziende della DOP Economy sono guidate da imprenditori più giovani della media, con maggiore formazione specialistica e propensione all’innovazione. Il risultato? Una produzione standard media superiore di oltre tre volte rispetto al complesso delle aziende agricole nazionali.

«I nostri prodotti di alta qualità hanno una grande resilienza perché in larga parte non sono sostituibili», ha sottolineato Sergio Marchi, direttore generale di ISMEA. «È proprio il valore aggiunto dell’Italia, la qualità nell’agroalimentare».

Il sistema conta oggi 897 prodotti a Indicazione Geografica, un record mondiale. «Testimonia questa medaglia d’oro: l’Italia su questo settore non teme nessuna concorrenza», ha aggiunto Marchi.

Prosciutto di Parma DOP
Prosciutto di Parma DOP

Il consumo interno

Sul fronte interno, la spesa per prodotti DOP e IGP nella grande distribuzione è cresciuta dell’1,1%, raggiungendo 6,2 miliardi di euro. Un incremento modesto ma significativo in un contesto di consumi stagnanti: i prodotti certificati hanno fatto meglio dei generici in tutti i comparti principali.

I discount si confermano il canale con i tassi di crescita più alti (+1,9%), mentre a livello geografico è il Sud l’area più dinamica (+4,7%). Nei primi nove mesi del 2025 il trend positivo è continuato, con un +1% su base annua.

Prospettive e sfide

«Il sistema delle Indicazioni Geografiche continua a rappresentare un modello produttivo vincente, in grado di generare valore diffuso sul territorio, mantenere vitali le aree interne e garantire sviluppo e competitività al nostro agroalimentare», ha dichiarato Livio Proietti.

Cesare Mazzetti, presidente della Fondazione Qualivita, ha evidenziato l’importanza del nuovo regolamento europeo che riconosce pienamente le IG per le bevande spiritose: «Si delinea una strategia complessiva della qualità in cui il nostro Paese è certamente all’avanguardia».

Ma serve anche uno sguardo critico. Mauro Rosati, direttore di Qualivita, ha sottolineato la necessità di guardare a nuovi mercati: «L’accordo UE-Mercosur rappresenta un grande potenziale: ci sono 270 milioni di abitanti che hanno una cultura mediterranea simile alla nostra. L’azzeramento dei dazi su formaggi e vini potrebbe aprire una nuova stagione di sviluppo».

Il valore aggiunto delle produzioni italiane si forma sempre più all’estero, e questo rende cruciale la diversificazione dei mercati. Gli accordi con Mercosur e Indonesia potrebbero rappresentare opportunità importanti, come lo è stato nei primi anni 2000 il mercato americano.

I numeri del 2024 confermano che il modello delle denominazioni funziona. Ma in un contesto internazionale sempre più complesso, la sfida sarà mantenere questa crescita proteggendo al contempo l’identità e la qualità che rendono unici i prodotti italiani.

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