Perché la spesa costa sempre di più (e peggiorerà)

La ricerca che collega il calo degli investimenti nella scienza agricola all’aumento dei prezzi del cibo che paghiamo ogni giorno

Riempire il carrello costa sempre di più e non è solo una sensazione. E no, non dipende solo dal clima impazzito o dalle crisi internazionali. C’è un motivo meno ovvio ma altrettanto importante: stiamo investendo sempre meno nella ricerca agricola. E questo si traduce direttamente in prezzi più alti al supermercato.

Lo rivela uno studio pubblicato su Nature da un gruppo di ricercatori guidati da Philip G. Pardey dell’Università del Minnesota, che ha analizzato i dati di 150 paesi dal 1980 al 2021.

I numeri che fanno paura

Tra il 2015 e il 2021, la crescita degli investimenti in ricerca e sviluppo agroalimentare è stata di appena l’1,9% all’anno. Sembra poco? Lo è. Nei 35 anni precedenti (dal 1980 al 2015) cresceva del 2,7% annuo. Un terzo in meno.

In metà dei paesi del mondo, la spesa in ricerca agricola è rallentata. In un terzo è addirittura diminuita. Questo mentre la popolazione mondiale continua ad aumentare e con essa la domanda di cibo.

Il paradosso è evidente: abbiamo più bocche da sfamare ma investiamo meno nell’innovazione che ci permetterebbe di produrre più cibo in modo sostenibile.

Laboratorio ricerca cereali
Laboratorio ricerca sui cereali

Dalla ricerca al piatto: un viaggio lungo decenni

Qui sta il punto: la ricerca agricola non dà frutti immediati. Ci vogliono 6-10 anni solo per sviluppare una nuova varietà di grano o soia. Poi servono altri anni per produrre abbastanza semi da commercializzarla. E altri ancora perché gli agricoltori la adottino su larga scala.

In pratica, quello che non stiamo investendo oggi ci costerà caro tra 20-30 anni. Anzi, sta già costando caro adesso, perché raccogliamo i frutti (scarsi) degli investimenti insufficienti di ieri.

I ricercatori lo dimostrano con dati eloquenti: nel 1961 bastarono 12 anni per aumentare del 50% la resa media del grano nel mondo. Guardando indietro dal 2022, per lo stesso risultato ci sono voluti 31 anni. Per il riso, 40 anni invece di 20. Per la soia, 34 invece di 16.

Chi investe e chi no

Lo studio rivela anche cambiamenti significativi su chi investe nella ricerca agricola. Nel 1980, i paesi ad alto reddito spendevano la maggior parte dei fondi mondiali. Oggi sono stati superati dai paesi a reddito medio, con Cina, India e Brasile ai primi posti. Gli Stati Uniti sono rimasti indietro.

Nel 1980, il settore pubblico (governi e università) rappresentava due terzi degli investimenti globali. Nel 2021, il settore privato ha raggiunto la parità. Le aziende private investono soprattutto in tecnologie brevettabili e nella trasformazione alimentare, non nella ricerca di base.

Il problema? Le aziende si concentrano su quello che possono vendere: semi, fertilizzanti, tecnologie di trasformazione. La ricerca fondamentale – quella che studia la resistenza delle piante alla siccità, ai parassiti, al calore – resta appannaggio del pubblico. E se il pubblico taglia i fondi, questa ricerca semplicemente non si fa.

Ricercatrice al lavoro in campo
Ricercatrice al lavoro in campo

Le conseguenze sulla nostra tavola

Ogni dollaro investito in ricerca agroalimentare genera un ritorno sociale di 10 dollari, secondo lo studio. Eppure molti governi dei paesi ricchi sembrano diventati compiacenti: danno per scontato che il cibo ci sarà sempre, abbondante e a prezzi accessibili.

È un’illusione pericolosa. I ricercatori avvertono: il rallentamento degli investimenti in innovazione agricola sta già contribuendo all’aumento dei prezzi alimentari. E se i governi continueranno a tagliare i fondi per la scienza agricola – magari per dirottarli su difesa o per ridurre i deficit post-pandemia – le conseguenze saranno fame, malnutrizione e ulteriore degrado ambientale.

La soluzione? Raddoppiare gli investimenti

La ricetta proposta dagli studiosi è chiara ma ambiziosa: raddoppiare la spesa globale in ricerca agroalimentare nei prossimi cinque anni. Poi mantenere una crescita costante del 3% annuo per garantire la produttività agricola a lungo termine.

Serve anche un migliore coordinamento tra pubblico e privato, con modelli innovativi di finanziamento che non dipendano troppo dai cicli elettorali. E regolamenti più efficienti per permettere l’adozione di innovazioni utili, dalle tecniche di editing genetico ai nuovi sistemi di irrigazione.

Il conto arriva sempre

La prossima volta che ti trovi alla cassa del supermercato a guardare sconsolato lo scontrino, ricordati che quel numero più alto del solito non dipende solo dall’inflazione o dalle guerre commerciali. Dipende anche dalle scelte fatte anni fa, quando si è deciso di investire meno nel futuro dell’agricoltura.

E se non invertiamo la rotta adesso, il conto sarà ancora più salato tra vent’anni. Per tutti noi, ma soprattutto per chi ha già difficoltà a permettersi un pasto decente.

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