Poco zucchero nei primi mille giorni, meno demenza e ansia da adulti: uno studio su 60mila britannici riapre il dibattito
Di longevità si parla ovunque. Nei convegni, nelle pagine salute dei quotidiani, nelle pubblicità di integratori che promettono cellule più giovani, nei test che misurano l’età biologica. È diventata quasi un’ossessione collettiva, soprattutto dopo i cinquant’anni. Uno studio pubblicato il 22 luglio sulla rivista npj Agingsposta però lo sguardo altrove: per invecchiare bene bisogna cominciare nella culla. Anzi, prima ancora.
Lo zucchero razionato del dopoguerra
Il gruppo di ricerca guidato da Bing Zhang e Longyan Yin, del dipartimento di Geriatria del Guangzhou First People’s Hospital, ha usato un esperimento che nessun comitato etico autorizzerebbe mai. Nel Regno Unito lo zucchero è rimasto razionato dal 1942 al settembre 1953. Le razioni erano in linea con le raccomandazioni nutrizionali di oggi e ai bambini sotto i due anni non ne spettava affatto. Finito il razionamento, il consumo medio degli adulti quasi raddoppiò, mentre quello degli altri alimenti restò stabile.
Chi è stato concepito prima di quella data ha passato i primi mille giorni di vita con poco zucchero. Chi è arrivato dopo ne ha trovato in abbondanza. I ricercatori hanno confrontato 60.394 persone della UK Biobank, la grande banca dati sanitaria britannica, nate tra l’ottobre 1951 e il marzo 1956 e divise in tre gruppi: esposte al razionamento solo in gravidanza, esposte anche nei primi due anni di vita, mai esposte.
Meno demenza, meno ansia
I numeri sono netti. Chi ha vissuto il razionamento fino ai mille giorni mostra da adulto un rischio più basso del 27% per la demenza, del 46% per l’Alzheimer, dell’11% per la depressione e del 20% per i disturbi d’ansia, rispetto a chi non l’ha mai conosciuto. Sul Parkinson, invece, nessun effetto. Per ansia e depressione il beneficio cresce con la durata e diventa più evidente oltre i sei mesi, quando il bambino comincia a mangiare cibi solidi.
Le donne ne traggono il vantaggio maggiore, con un rischio di Alzheimer dimezzato. Negli uomini il calo riguarda soltanto l’ansia. Poi c’è la risonanza magnetica: su 9.053 partecipanti, chi da piccolo aveva avuto poco zucchero mostra ippocampo e talamo più voluminosi e un’età cerebrale stimata inferiore di 0,39 anni rispetto ai coetanei mai razionati. Poco meno di cinque mesi. Su una persona sembra niente, su un’intera popolazione no.

Un filone di ricerca che si allarga
Lo studio cinese non è isolato. Nel 2024 Tadeja Gracner, economista della University of Southern California, aveva pubblicato su Science un lavoro sullo stesso esperimento naturale: la restrizione di zucchero nei primi mille giorni riduceva di circa il 35% il rischio di diabete di tipo 2 e del 20% quello di ipertensione, ritardandone la comparsa rispettivamente di quattro e due anni. Nel 2025 il BMJ ha aggiunto un rischio cardiovascolare più basso del 20% e un rischio di ictus inferiore del 31%.
Il principio vale anche in senso opposto. Gli studi sull’inverno della fame olandese del 1944-1945, quando il blocco nazista svuotò le dispense delle città dell’Olanda occidentale, hanno mostrato che i bambini concepiti nei mesi peggiori della carestia avevano da adulti un rischio doppio di schizofrenia. Troppo poco cibo o troppo cibo sbagliato, il conto arriva comunque decenni dopo. Va ricordato che il razionamento britannico era un’altra cosa rispetto alla fame: era una dieta con lo zucchero ai livelli che oggi i nutrizionisti considerano corretti.
Le cautele di un esperimento naturale
Gli autori stessi invitano alla prudenza. Si parla di associazioni, e la fine del razionamento coincise con la ripresa economica, con un’assistenza migliore alle madri e con nuove abitudini nell’allattamento. Le diagnosi di ansia e depressione si basano in parte su autodichiarazioni e il campione è quasi tutto britannico, nato in un contesto che non esiste più. Servono conferme su popolazioni di oggi, dove lo zucchero si trova ovunque.
Detto questo, gli studi vanno tutti nella stessa direzione. Occupandomi di cibo da tempo fatico a considerarla una coincidenza.
I bambini italiani, oggi
Negli stessi anni del razionamento inglese, in molte case italiane lo zucchero era ancora un piccolo lusso e la fetta di pane, burro e zucchero valeva come premio. Oggi il quadro è rovesciato. Secondo OKkio alla Salute, la sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità (Iss), nel 2023 il 19% dei bambini di otto-nove anni era in sovrappeso e il 9,8% obeso. Uno su quattro beve ogni giorno bibite zuccherate o gassate, il 66,9% consuma a metà mattina una merenda troppo abbondante, il 52,9% mangia snack dolci più di tre giorni a settimana.
E sono bambini di terza elementare: i primi mille giorni li hanno già alle spalle. Lo studio su npj Aging ricorda anche un dato che arriva dagli Stati Uniti: le donne in gravidanza e in allattamento consumano più del triplo degli zuccheri aggiunti raccomandati, e molti alimenti per l’infanzia ricavano dallo zucchero aggiunto una parte rilevante delle calorie. Vale la pena di leggere le etichette anche sugli scaffali italiani.
La longevità comincia a tavola, da piccoli
L’Istat stimava per il 2024 una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni, tra le più alte d’Europa. Gli anni attesi in buona salute, però, erano 58,1. Venticinque anni di differenza: è questa distanza che dovrebbe preoccupare, più del traguardo dei cento.
Un neonato non sceglie cosa mangiare. Non legge le etichette degli omogeneizzati, non decide se nel biberon finirà acqua o un succo di frutta. Lo decidono i genitori, i nonni, le mense scolastiche, chi produce alimenti per l’infanzia e chi scrive le regole. La longevità di cui si discute nei convegni, quella di chi ha già sessanta o settant’anni, si gioca su margini ormai stretti. Quella dei bambini di oggi è ancora tutta da costruire.
Serve che gli adulti smettano di considerare la nutrizione dei più piccoli una faccenda privata o un dettaglio da pediatra, e la trattino per quello che è: la prima voce di spesa sulla salute di domani. Lo zucchero razionato del dopoguerra fu imposto da una guerra. Oggi nessuno impone niente, e la scelta resta agli adulti. Un bambino nato quest’anno in Italia ha davanti, in media, più di 80 anni: quanti ne vivrà in buona salute dipende anche da quello che troverà nel piatto prima di compiere due anni.
