Conflitti, clima e caro-carburanti spingono i prezzi alimentari: rischi per il bilancio e la nutrizione delle famiglie italiane
Fao, World Bank, Istat e Banca d’Italia concordano: i prezzi delle materie prime alimentari sono in aumento dal 2022, da quando è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina, e la tendenza si è aggravata negli ultimi mesi per i nuovi conflitti e per il cambiamento climatico. Le previsioni per l’inverno indicano in Italia un’inflazione sopra il 2%, con picchi possibili al 3%.
Le vacanze estive volgono al termine. Resta un ultimo scorcio a settembre, poi la riapertura delle scuole riporterà la routine di sempre. Una routine, però, che da quattro anni non fa rima con tranquillità: il carrello della spesa pesa di più, e i dati raccontano perché.
Il grano si sta riavvicinando ai picchi del 2022. Stessa dinamica per il mais. Il riso ha invece un andamento più lineare, senza gli scatti improvvisi che hanno segnato gli altri due cereali. A muovere questi mercati sono soprattutto le tensioni geopolitiche: i conflitti armati incidono direttamente sulla disponibilità e sui costi di trasporto delle materie prime.

Per caffè e cacao il discorso è diverso. Gli aumenti registrati negli ultimi anni dipendono dal cambiamento climatico, che ha messo in difficoltà gli agricoltori nelle principali aree di produzione. Meno raccolto vuol dire meno offerta, e questo spinge i prezzi verso l’alto.
Da una parte i conflitti armati che tengono sotto tensione grano e mais, dall’altra il clima che riduce i raccolti di caffè e cacao: una pressione che arriva lungo tutta la filiera, dai campi alla grande distribuzione, fino allo scaffale del supermercato.
L’ultimo colpo al portafoglio arriva dai carburanti, in particolare dal diesel. In Italia il trasporto merci viaggia soprattutto su gomma, quindi l’aumento costante registrato negli ultimi mesi si scarica direttamente sui prezzi finali. È uno dei fattori dietro le stime di inflazione per l’inverno, attese sopra il 2% con punte possibili al 3%: numeri che non aiutano una ripresa già fragile.
Ai dati sui prezzi si affiancano quelli sulla povertà, e insieme disegnano uno scenario difficile. Secondo l’Istat, nel 2024 le persone in povertà assoluta erano oltre 5,7 milioni, quelle in povertà relativa circa 8,7 milioni. Nel 2025 l’indicatore europeo Arope, che misura il rischio di povertà o esclusione sociale, si è attestato al 22,6% della popolazione: circa 13 milioni e 265 mila persone. Una quota ampia della popolazione italiana fatica a uscire da questa condizione.
La scarsità di risorse economiche, unita al rincaro del cibo, spinge molte famiglie verso i prodotti più economici, spesso ultra-processati. È una scelta obbligata che si traduce in problemi di nutrizione e mette ulteriore pressione sul sistema sanitario. Negli Stati Uniti il fenomeno è più maturo: una parte consistente della popolazione si affida quasi esclusivamente a fast food e cibo confezionato, con un aumento di obesità, diabete e altre patologie correlate. La difficoltà di accesso alle cure, in un sistema sanitario in gran parte privato, aggrava il quadro.
Due strumenti possono contenere gli effetti di questa fase: un’educazione alimentare diffusa, che aiuti a scegliere prodotti di qualità a un prezzo accessibile, e politiche di contenimento dei prezzi sui beni alimentari di base. Alcune catene della grande distribuzione hanno già avviato iniziative in questo senso, con listini bloccati su un paniere di prodotti essenziali per alcuni mesi: una misura concreta per le famiglie che oggi rientrano nel 22,6% della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo l’indicatore Arope.
