Idroponica e acqua salmastra tra Pachino e Portopalo: l’azienda Poggio del Cardo e le sue quattro varietà di pomodoro Sapìto
Un pomodoro che si riconosce dal sale prima ancora che dalla dolcezza. È la scommessa di Sapìto, marchio dell’azienda agricola Poggio del Cardo, che tra Pachino e Portopalo di Capo Passero, nel Siracusano, coltiva in idroponica datterini, cuori di bue, ciliegini e costoluti. Il tratto in comune è la sapidità naturale, pensata per farsi sentire fin dal primo morso senza coprire l’equilibrio del gusto.
Il territorio fa la sua parte. L’estremo sud della Sicilia, vicino alla costa, porta luce e vento, e questi due elementi incidono sulle caratteristiche organolettiche dei frutti. A questo si somma l’irrigazione con acqua salmastra, che sottopone le piante a uno stress controllato: secondo l’azienda, il risultato è una maggiore concentrazione di zuccheri, antiossidanti e aromi.

Il fuori suolo come scelta di identità
L’idroponica è nata come risposta a un’esigenza produttiva. Con gli anni è diventata uno dei pilastri dell’azienda, perché coltivare fuori suolo significa dipendere meno dal terreno e dalle condizioni esterne e controllare meglio ogni fase del processo.
Una conseguenza pratica riguarda chi deve limitare il nichel nell’alimentazione. I pomodori della gamma contrassegnati con il bollino nickel-free possono essere consumati anche da queste persone; il bollino non è presente su tutti i prodotti.
Una famiglia alla terza generazione
Poggio del Cardo è guidata da Vincenzo Di Natale, che amministra l’azienda insieme al padre Silvio. Alle spalle ha una formazione manageriale e un’esperienza internazionale, che ha affiancato alla conoscenza del territorio e della produzione maturata in famiglia, ormai alla terza generazione.
L’obiettivo è togliere al pomodoro l’etichetta di prodotto indifferenziato. «La nostra visione vuole ribaltare la tradizionale percezione del pomodoro come una commodity — spiega Di Natale — realizzando un prodotto dalle caratteristiche organolettiche marcate e distintive». Da qui anche il posizionamento volutamente premium: «Il valore è determinato da un sistema di controllo che parte dalla coltivazione e arriva fino alla selezione delle varietà».
Sapìto si rivolge direttamente al consumatore finale e punta a farsi cercare nei mercati e presso i rivenditori più selezionati. Il pubblico di riferimento è quello di chi cucina, degli appassionati di food e di chi guarda all’origine degli alimenti e al modo in cui vengono prodotti.

La gamma, varietà per varietà
Il cuore di bue ha polpa carnosa, asciutta, compatta e quasi priva di semi. Si presta a una caprese con mozzarella di bufala, oppure a una bruschetta rustica condita con olio extravergine robusto e sale in scaglie.
Il datterino unisce dolcezza molto elevata e bassa acidità, con polpa soda e carnosa e buccia sottilissima. Funziona nei sughi veloci e dolci, ma anche a crudo o accanto a crostacei e burrata. Le versioni colorate hanno sfumature diverse: i datterini gialli sono molto delicati, quelli arancioni più dolci e aromatici. L’azienda li indica per pesce bianco e formaggi delicati, nei piatti pensati per stupire a tavola.
Il ciliegino ha un equilibrio dolce-acido marcato, è succoso e ha la buccia liscia e croccante. Va bene su focacce e pasta fredda, oppure nelle insalate estive con origano, aglio e olive nere.
Il costoluto marinda è la varietà più sapida e la più acida, con una croccantezza tipica e un gusto persistente. Si mangia soprattutto crudo, in un pinzimonio o in insalate con ingredienti decisi come tonno, acciughe, capperi e cipolla rossa.
