Sei milioni di persone in crisi alimentare, 205 centri sanitari chiusi: l’Unicef denuncia il taglio agli aiuti umanitari
Sei milioni di persone in Somalia affrontano una grave insicurezza alimentare, mentre il World Food Programme dispone di appena un decimo delle risorse che aveva nel 2022, quando riuscì a scongiurare la carestia. Lo ha dichiarato Carl Skau, direttore esecutivo facente funzione del Wfp, in un’intervista all’Associated Press. Nello stesso giorno, a Ginevra, il portavoce dell’Unicef James Elder ha reso noto che 205 strutture sanitarie e nutrizionali del Paese hanno già chiuso i battenti a causa dei tagli ai finanziamenti internazionali.
Un decimo delle risorse rispetto al 2022
«Possiamo fare solo il minimo indispensabile», ha detto Skau durante una visita a un centro nutrizionale alla periferia di Mogadishu. Il taglio dei fondi, dovuto alla riduzione degli aiuti internazionali e alla redistribuzione delle risorse verso altre crisi umanitarie, impedisce al Wfp di ampliare l’assistenza nel Paese.
Skau ha ricordato l’emergenza siccità del 2022: «Avevamo dieci volte più risorse di adesso. Riuscimmo a intervenire ed evitare la carestia». Oggi, ha aggiunto, mancano proprio i fondi, non le competenze né la capacità organizzativa.
Perché aumentano i bambini malnutriti gravi
L’Unicef stima che quest’anno 1,9 milioni di bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta in Somalia, quasi 500mila dei quali nella forma grave, la più letale. Circa il 30% della popolazione si trova in condizioni critiche di insicurezza alimentare, secondo le Nazioni Unite.
Nei primi sei mesi dell’anno i ricoveri di bambini nei centri di stabilizzazione per malnutrizione acuta grave con complicanze sono aumentati del 32% rispetto allo stesso periodo del 2025. Non perché si ammalino più bambini, ha spiegato Elder, ma perché i servizi nutrizionali preventivi di comunità sono stati tagliati: i casi vengono individuati più tardi e arrivano alle strutture specializzate già in condizioni gravi, con cure più lunghe e più costose.

La storia di Halima Mohamed Hassan
Al centro sanitario Feynuus, nel distretto di Kahda a Mogadiscio, decine di donne con bambini in braccio attendono all’ombra di un grande albero o lungo la veranda della struttura in lamiera. Dentro, il personale pesa i piccoli in un’imbracatura blu, li sottopone allo screening per la malnutrizione e distribuisce alimenti terapeutici.
Halima Mohamed Hassan, madre di sei figli e incinta, ha camminato quasi tre chilometri portando in braccio il figlio di quattro anni malnutrito. Non mangiava da due giorni; l’ultimo pasto è stato riso in bianco. «Non potevo portarli tutti», ha detto, riferendosi agli altri figli, anche loro malnutriti ma rimasti a casa.
Hassan è fuggita dalla regione del Basso Scebeli quattro mesi fa, dopo che il marito è morto di malnutrizione. Ha camminato per quattro notti con i figli fino a un campo per sfollati alla periferia della capitale, dove ora condivide un riparo di fortuna con la madre vedova e altri quattro fratelli, 12 persone in tutto mantenute con lavori occasionali di bucato.
Il centro Feynuus accoglie ogni giorno tra le 250 e le 350 persone, soprattutto donne e bambini sfollati dalle regioni fuori Mogadiscio, secondo Abdirahman Barkhad, direttore del programma per Youth Link Somalia, l’organizzazione che gestisce la struttura. Circa dieci centri sanitari e nutrizionali nelle vicinanze hanno già chiuso per mancanza di fondi, aumentando la pressione su quelli rimasti aperti.
Centinaia di strutture a rischio chiusura
I tagli ai finanziamenti hanno già ridotto del 30% la copertura dei servizi sanitari e nutrizionali in Somalia, secondo l’Unicef. Nello scenario più critico, altre 618 strutture sanitarie potrebbero chiudere in tutto il Paese, mentre quasi un milione tra bambini sotto i cinque anni, adolescenti e donne rischiano di perdere l’accesso ai servizi nutrizionali.
Meno centri significano spostamenti più lunghi per le famiglie, cure più tardive e un rischio più alto di decessi evitabili, ha avvertito Elder. Anche il trasporto aereo umanitario ne risente: il budget dell’Unhas, il servizio aereo delle Nazioni Unite che collega le aree raggiungibili solo per via aerea, è stato tagliato del 40% tra il 2025 e il 2026, in un Paese dove l’insurrezione ventennale di al-Shabaab rende le strade spesso inaccessibili.
Acqua, scuola e protezione dei minori
La crisi alimentare si somma a una siccità severa nel nord del Paese, a conflitti e sfollamenti e a un possibile El Niño di intensità record che nei prossimi mesi potrebbe portare inondazioni. Il conflitto in Medio Oriente contribuisce a sua volta a far salire i prezzi di carburante e fertilizzanti, riducendo le forniture agricole disponibili.
Oltre 1,6 milioni di persone hanno bisogno di accesso all’acqua potabile e più di 800mila rischiano di restare senza prodotti igienici essenziali. Nelle aree rurali il prezzo di un barile da 200 litri d’acqua è quadruplicato, da circa due a otto dollari.
Anche la scuola ne paga il prezzo: il settore dell’istruzione ha perso 30 milioni di dollari nel 2025 e i principali donatori dovrebbero ridurre i contributi di oltre la metà nel 2026. Più di 78mila studenti hanno già abbandonato la scuola e altri 660mila sono a rischio. Sul fronte della protezione dell’infanzia, i tagli hanno portato alla chiusura di almeno 65 centri dedicati a bambini a rischio di reclutamento nei gruppi armati o già usciti da essi.
Tra il 2021 e il 2025 l’Unicef ha comunque sostenuto oltre 2,25 milioni di ricoveri per malnutrizione acuta grave in Somalia, con un tasso di guarigione del 97,6% nel 2025. «Abbiamo i programmi, abbiamo i partner», ha detto Elder alla stampa. «Quello che manca sono i finanziamenti».
