Caldo estremo, il latte per il Parmigiano cala del 10%

Nel Nord Italia la produzione di latte scende per lo stress termico delle bovine, ma il Consorzio esclude rischi di carenza

Le ondate di calore che questa estate hanno investito il Nord Italia stanno mettendo sotto pressione gli allevamenti della filiera del Parmigiano Reggiano. Lo riferisce il Consorzio di tutela, che segnala un calo medio della produzione di latte di circa il 10% durante l’estate.

Le bovine soffrono già a 25 gradi

Giovanni Buonaiuto, veterinario del Consorzio del Parmigiano Reggiano, spiega che le vacche da latte iniziano a soffrire di stress termico già intorno ai 25 gradi, a seconda dell’umidità. Mangiano meno, ruminano meno, riposano meno. Di conseguenza producono meno latte, e nei casi più gravi il caldo prolungato incide anche sulla fertilità degli animali.

L’impatto varia molto da allevamento ad allevamento, a seconda dei sistemi di raffreddamento disponibili. Federica Dall’Aglio, che alleva circa 400 capi nella pianura parmense, registra una perdita di cinque-sei chili di latte al giorno per vacca, pari a circa il 20%, nonostante l’uso di ventilatori e sistemi di irrigazione.

Stalla con ventilatori
Stalla con ventilatori

Metà degli allevamenti si è già attrezzata

Secondo il presidente del Consorzio, Nicola Bertinelli, circa la metà degli allevamenti della filiera, responsabili del 70% del latte prodotto, dispone già di sistemi avanzati contro il caldo: ventilatori, nebulizzatori attivati automaticamente, dispositivi di monitoraggio della temperatura. Il restante 30% della produzione arriva soprattutto da aziende delle zone collinari e montane, dove le temperature restano più basse.

L’adattamento ha però un costo. Luca Cotti, presidente di Coldiretti Emilia-Romagna e allevatore, segnala che nei periodi di caldo estremo i consumi elettrici nelle stalle possono aumentare sino a raddoppiare o triplicare.

La siccità aggrava la pressione sulle stalle

Al caldo estremo si somma la siccità. Le autorità del bacino del Po hanno dichiarato un livello di gravità elevato, per le temperature persistenti, le scarse piogge e i livelli dei laghi alpini vicini ai minimi storici. Quando l’acqua dei fiumi non basta per irrigare i foraggi, gli allevatori ricorrono al pompaggio dalle falde, un’operazione che può costare fino a cinque volte di più per via dell’energia necessaria.

Il disciplinare della Dop impone vincoli precisi: vacche, latte e trasformazione devono restare all’interno della zona geografica prevista, e almeno il 75% del foraggio deve essere di provenienza locale. In estate, con la siccità, rispettare questa soglia costa di più.

Nessun rischio per la disponibilità sul mercato

Il Consorzio esclude comunque rischi di carenza. La produzione è regolata dal Piano Regolazione Offerta, che fissa un tetto di crescita annua tra il 2,5% e il 3%: le flessioni estive vengono compensate nei mesi successivi. Anche i prezzi al consumo restano protetti nell’immediato, perché la commercializzazione avviene dopo un lungo ciclo di stagionatura e le quotazioni della produzione attuale si definiranno solo tra 24 mesi.

Le preoccupazioni per il lungo periodo

Con circa quattro milioni di forme prodotte ogni anno e un fatturato al consumo che sfiora i quattro miliardi di euro, trainato da un export sopra il 50%, l’impatto a breve termine del caldo resta gestibile per la filiera. Diverso il discorso sul lungo periodo, secondo Bertinelli: «La produzione non è attualmente a rischio, ma la crescente frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico è motivo di preoccupazione per tutta la nostra filiera. Nel lungo periodo queste condizioni potrebbero avere conseguenze economiche, sia attraverso minori rese in latte nei periodi di caldo estremo, sia attraverso maggiori costi di produzione, incluso potenzialmente il costo dei foraggi».

Gli allevamenti più piccoli, quelli con strutture meno moderne, restano i più esposti. Passare a ventilatori, nebulizzatori con sensori e monitoraggio automatico della temperatura ha un costo, e non tutte le aziende della filiera possono sostenerlo negli stessi tempi.

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