Mentre il mercato globale cresce dell’8% annuo, i produttori italiani aspettano da mesi un via libera che non arriva
Mentre in Germania, Regno Unito e Stati Uniti i vini a zero gradi volano con crescite fino al 46%, in Italia produrli è ancora vietato. Un paradosso burocratico che tiene ferme le cantine italiane, costrette a guardare da bordo campo un mercato che vale già 2,4 miliardi di dollari e che nei prossimi quattro anni arriverà a 3,3 miliardi.
Il problema? Un decreto interministeriale che giace sulla scrivania della Ragioneria di Stato da oltre due mesi, bloccando di fatto un intero settore.
Il decreto fantasma
L’Unione Italiana Vini ha scritto ai ministeri dell’Agricoltura e dell’Economia per sollecitare l’approvazione del decreto attuativo della disciplina fiscale. La questione è tecnica ma gli effetti sono concreti: senza questo provvedimento, la dealcolazione del vino in Italia resta vietata, nonostante il decreto-legge 84 del 17 giugno 2025 avesse promesso di sbloccare la situazione.
«Chiediamo di poter operare in condizioni di parità competitiva rispetto agli altri produttori europei», spiega Paolo Castelletti, segretario generale di UIV. Il riferimento è al Regolamento UE pubblicato nel dicembre 2021, che ha dato il via libera alla dealcolazione negli altri Paesi membri. Sono passati quattro anni e l’Italia è ancora ferma al palo.

Investimenti a vuoto
La beffa è doppia per le aziende vitivinicole italiane. Molte hanno già investito in impianti per la dealcolazione, in formazione del personale e nel posizionamento dei prodotti sul mercato. Soldi spesi guardando al futuro, ma che al momento non possono fruttare nulla. È come comprare un’auto nuova e non poter circolare perché manca un foglio dalla motorizzazione.
Un mercato che corre
I numeri del settore “no e low alcohol” raccontano una storia diversa dal declino che sta colpendo il vino tradizionale. Il mercato globale cresce dell’8% annuo in valore e del 7% in volume. Non è più una nicchia per curiosi: è un trend consolidato.
I vini a zero gradi sono quelli che corrono più veloci. Nei primi nove mesi del 2025, il mercato tedesco ha registrato un +46% nei volumi, quello britannico +20% e quello statunitense +18%. Quote ancora minoritarie, certo, ma in crescita esponenziale.
L’Italia che produce all’estero
Il paradosso è che i vini dealcolati italiani esistono già, ma vengono prodotti fuori dai confini nazionali. E funzionano: nel Regno Unito crescono del 6% in volume e del 10% in valore, negli Stati Uniti rispettivamente del 17% e 24%. Sul mercato britannico l’Italia rappresenta il 24% delle vendite di vini a zero gradi, quota che scende all’11% in Germania e al 6% negli USA.
Sono prodotti che portano il marchio Italia ma che l’Italia non può fare in casa propria. Una situazione che fa perdere competitività, fatturato e posti di lavoro al settore vitivinicolo nazionale.
Cosa aspettare ora
La palla è nella Ragioneria di Stato. Le aziende sono pronte, il mercato c’è, gli impianti pure. Manca solo un timbro su un decreto che dovrebbe essere una formalità ma che si sta trasformando nell’ennesimo caso di burocrazia che frena l’economia.
Nel frattempo, ogni mese che passa è un’opportunità persa per il vino italiano in un segmento che cresce mentre tutto il resto arranca.
