A Roma, il ristorante dell’albergo si reinventa con una proposta sostenibile che mette al centro la materia prima
L’EUR non è il quartiere che viene in mente per una serata gastronomica. Eppure l’Hilton Rome Eur La Lama — quella torre di vetro e acciaio che si allunga per sessanta metri su viale Europa — ospita al piano terra un ristorante che merita attenzione: The Green, rinnovato nella cucina e nell’identità sotto la guida dello chef Alessandro Pietropaoli.
Il locale non è nuovo, ma il progetto sì. La scommessa è trasformare il ristorante di un grande hotel internazionale in un posto dove si mangia davvero, non solo perché si alloggia.
Marmi e lampadari: la sala vale una visita a sé
Prima di parlare di cibo, vale la pena descrivere l’ambiente, perché è parte integrante dell’esperienza. Per arrivare al ristorante si attraversa una hall con opere d’arte e un portale in marmo nero marquinia. La sala è vestita di verde profondo, con un soffitto a cassettoni e sfere luminose in ocra e bronzo. Il pavimento è un mosaico di sei marmi — statuario, calacatta bianco, calacatta oro, verde Guatemala, verde Alpi, nero marquinia — posati a spina di pesce sfalsata.
Al centro campeggia il buffet del pranzo, con isola in marmo e lampadario d’epoca. Le pareti sono scandite da boiserie con lesene e applique di design che inquadrano grandi pannelli realizzati con la tecnica del papier peint su carta e china seppiata — finti paesaggi che sembrano finestre su un altrove.
Non è uno spazio neutro. È un ambiente capace di esprimere la sua personalità.

A pranzo: rotazione quotidiana e niente noia
Il menu del mezzogiorno è costruito per chi lavora nei dintorni o si trova all’hotel per affari. La proposta ruota, con formule flessibili: si può scegliere tra due o tre piatti à la carte, oppure optare per “The Green Experience”, un percorso vegetale di tre portate.
Tra i piatti: uovo pochè con cicoria, uvetta, pinoli e salsa bernese; burrata e caponata; crunch bagel al salmone con avocado e rucola; orzotto con fagioli della Tuscia e crostini; spaghetto con ricotta di bufala, pepe e limone; fettuccina ai funghi e castagne. In chiusura, tiramisù, crème brûlée con mango e cioccolato bianco, carpaccio di ananas con gelato alla vaniglia.
Piatti riconoscibili nella struttura, ma costruiti con attenzione alla stagionalità e alle filiere corte.
A cena: quando la tecnica entra in scena
La sera il tono cambia. Il menu diventa più articolato e si fa spazio per la ricerca. Gli antipasti includono carciofo e pistacchi, cardoncello lavorato come un tiramisù, polpo alla brace in salsa pizzaiola, carpaccio di manzo con crema di pane e mandorle.
Tra i primi, spicca il plin di coda alla Jackson Pollock — una pasta ripiena ispirata alla coda alla vaccinara, impiattata con un’estetica che richiama il pittore americano. E poi i tagliolini AOP con ricci di mare e bufala, lo gnocco arrostito con tuberi e tartufo, la tagliatella ai funghi con nocciola e tartufo. C’è anche un piatto creato in omaggio ad Anzio, città di origine dello chef.

Tra i secondi: sogliola alla mugnaia con scarola, ricciola alla milanese, pollo farcito con patate e cicoria, pluma alla brace con mela alla senape, sedano rapa e melograno per chi non mangia carne.
I dolci chiudono senza stravaganze eccessive: tiramisù, sacher contemporanea, cocco con cioccolato bianco e ananas, panettone con fondente e rum.
Lo chef dietro ai fornelli
Alessandro Pietropaoli è lo chef che ha costruito il nuovo percorso del locale. La sua cucina ha un’identità riconoscibile: ingredienti stagionali, tecniche rispettose del prodotto, riferimenti al territorio romano e laziale. La radice è classica, la lettura è contemporanea.
Non ci sono trovate fine a se stesse. I piatti puntano all’equilibrio dei sapori più che alla sorpresa visiva, anche se qualche rimando estetico — come il Jackson Pollock — dimostra che l’estetica non è estranea al progetto.
The Green non è il tipico ristorante d’albergo dove si mangia per necessità. La proposta è curata, l’ambiente è bello, i prezzi sono in linea con la fascia. Per chi viene apposta è un’esperienza coerente, senza fronzoli e con una cucina che sa il fatto suo.
