L’8 giugno la Giornata degli Oceani: la salute del mare è quella di chi mangia, dall’Australia a Tahiti qualcuno lo dimostra già
Oltre un miliardo di persone nel mondo trae dalle acque marine la propria principale fonte di proteine. L’8 giugno 2026, la Giornata Mondiale degli Oceani, istituita dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 2008, arriva con un tema che non lascia margini all’ambiguità: REIMAGINE: Beyond the world we know, a new relationship with our ocean. Smettere di essere beneficiari passivi e diventare custodi attivi. Una distinzione che, per chi si occupa di cibo, non è solo retorica ambientalista.
Gli oceani producono almeno il 50% dell’ossigeno che respiriamo. Ospitano la maggior parte della biodiversità del pianeta. Coprono oltre il 70% della sua superficie. Eppure il loro stato di salute peggiora ogni anno: surriscaldamento, acidificazione, pesca eccessiva, inquinamento da plastica. Il pesce che arriva in tavola, e il modo in cui arriva, dipende interamente da quello che succede laggiù.
In Australia le comunità indigene pescano da millenni senza svuotare il mare
Non è una metafora. Le comunità Aborigene e delle Isole dello Stretto di Torres, il cui rapporto con il mare precede di millenni qualsiasi carta ambientalista firmata a New York o Ginevra, praticano da sempre una pesca calibrata sui cicli delle maree e sulle stagioni: si preleva solo ciò che è strettamente necessario. È una disciplina culturale tramandata di generazione in generazione, non un protocollo scritto in un ufficio.

In occasione della Giornata 2026, Discover Aboriginal Experiences, il collettivo di Tourism Australia che raccoglie le esperienze turistiche delle comunità indigene, porta questo sapere all’attenzione di un pubblico più largo. Lungo la Grande Barriera Corallina, guide come Natalie Smith, biologa marina Darkinjung e Master Reef Guide con Dreamtime Dive & Snorkel, accompagnano i visitatori a leggere il reef attraverso due lenti sovrapposte: quella della scienza e quella dei miti del Dreamtime, il Tempo del Sogno. Sono guide che conoscono il posto da prima che esistessero i libri di testo.
Nella Sunshine Coast, Saltwater Eco Tours racconta come la lettura dei cicli delle maree abbia storicamente regolato la pesca locale. Sul versante opposto del continente, nella Shark Bay, patrimonio Unesco, Wula Gura Nyinda Eco Cultural Adventures porta i visitatori in canoa o a piedi attraverso ecosistemi marini che le popolazioni locali custodiscono da migliaia di anni.
A Ningaloo Reef si nuota con gli squali balena, ma solo con le regole degli animali
A Ningaloo Reef, altro patrimonio Unesco del Western Australia, tra marzo e luglio si concentra ogni anno la più grande aggregazione al mondo di squali balena: tra 300 e 500 esemplari. Il pesce più grande del pianeta, innocuo, fino a 18 metri di lunghezza. È l’unico posto in Australia dove è possibile nuotare regolarmente al loro fianco, con avvistamenti tra i più affidabili al mondo.
Quello che rende Ningaloo un caso di studio, però, non è l’eccezionalità dell’incontro. È il sistema che lo protegge. Solo gli operatori autorizzati dal Dipartimento per la Biodiversità, la Conservazione e le Attrazioni (Dbca) del Western Australia possono condurre tour commerciali con gli squali balena. Le regole sono precise e vincolanti: una sola imbarcazione per volta entro 250 metri dall’animale, numero massimo di nuotatori stabilito, distanze obbligatorie da rispettare. Vietato posizionarsi davanti allo squalo balena, toccarlo, usare il flash fotografico.
La maggior parte degli operatori invia poi le fotografie dei segni distintivi di ogni squalo a un programma internazionale di identificazione, contribuendo direttamente alla ricerca scientifica. Il turismo, in questo caso, non racconta la conservazione: la finanzia.

La Polinesia francese ha appena creato la più grande area marina protetta del mondo
L’8 giugno 2025 — esattamente un anno fa rispetto alla Giornata in arrivo — alla Conferenza Onu sugli Oceani di Nizza, il presidente della Polinesia francese Moetai Brotherson ha annunciato la designazione dell’intera zona economica esclusiva polinesiana come area marina protetta. Quasi cinque milioni di chilometri quadrati. Di questi, circa 1,1 milioni sono soggetti ai livelli di protezione più elevati, dove sono consentite solo la pesca artigianale tradizionale, l’ecoturismo e la ricerca scientifica.
Il provvedimento vieta l’estrazione mineraria in acque profonde e la pesca a strascico nelle acque che ospitano squali, balene, tartarughe marine e barriere coralline. È la misura di tutela marina più estesa mai adottata da un governo.
L’annuncio richiama anche il Rahui, l’antico sistema polinesiano di gestione sostenibile del mare: periodi e zone di divieto di pesca temporaneo, applicati per permettere il recupero degli stock ittici. Una pratica che le comunità del Pacifico conoscevano molto prima che gli oceani finissero nell’agenda climatica internazionale.
Dal mare alla tavola: una catena più fragile di quanto si pensi
Tutto è connesso. La crisi degli oceani è anche una crisi alimentare. L’acidificazione delle acque riduce la disponibilità di molluschi e crostacei. Il surriscaldamento sposta le specie ittiche, altera le rotte migratorie, cambia i tempi di pesca. La diminuzione della biodiversità marina impoverisce diete che, in molte parti del mondo, non hanno alternative proteiche comparabili.
Quello che succede in Australia e in Polinesia francese dimostra che la gestione sostenibile non è uno slogan. È un metodo. E il metodo comincia sempre nello stesso modo: conoscere per proteggere. Le comunità indigene australiane conoscono le loro acque da millenni; gli operatori di Ningaloo fotografano ogni squalo balena e ne tracciano gli spostamenti; la Polinesia francese ha codificato in legge il Rahui, una pratica di tutela che esisteva già prima che qualcuno pensasse di scriverla. Il risultato più concreto, per chi alla fine si siede a tavola, è che tra dieci, venti, cinquant’anni ci sarà ancora qualcosa di commestibile in mare.
Informazioni: www.australia.com — www.westernaustralia.com — www.tahititourisme.it
