Un piccolo comune abruzzese e la Bio Cantina Orsogna riscoprono l’antica cultivar della Maiella orientale
Il vitigno Middialonghe rischiava di scomparire per sempre. Poche decine di viti superstiti, sparse tra le contrade montane della Maiella orientale, erano tutto quello che restava di un’uva che per decenni aveva caratterizzato la viticoltura di questi territori. Ma ora un accordo tra il Comune di Civitella Messer Raimondo e la Bio Cantina Sociale Orsogna promette di strappare questa cultivar dall’oblio.
La rinascita inizia da un vigneto abbandonato
La storia del recupero del Middialonghe ha dell’incredibile. Le viti superstiti sono state individuate nella contrada Lami di Lama dei Peligni, nel vigneto del signor Pietro Di Florio, che oggi ne è il custode. Bio Cantina Orsogna, premiata nel 2012 come Miglior Cantina d’Italia al Vinitaly, con i suoi 300 soci che coltivano 1.500 ettari di vigneto secondo principi biologici e biodinamici ha intrapreso un lavoro di risanamento e conservazione.

«Quest’uva è stata coltivata per decenni tra Civitella Messer Raimondo e Lama dei Peligni, poi è stata progressivamente abbandonata, sostituita da varietà più produttive come Trebbiano e Montepulciano», spiega Camillo Zulli, enologo e direttore della cantina. Tre vendemmie sperimentali hanno permesso di studiare i modelli ottimali di vinificazione, con o senza la cottura del mosto.
Il territorio: dalle montagne al lago
Civitella Messer Raimondo è una piccola comunità ai piedi della Maiella, abitata sin dalla preistoria. Il piccolo comune di 758 abitanti si trova in una posizione privilegiata, con i fiumi Verde e Aventino che le lambiscono e uno spicchio del lago di Casoli. Contribuisce alla biodiversità agricola autoctona della Maiella: nel suo territorio, oltre all’uva middialonga, viene ancora coltivata la varietà d’ulivo crognalegna.
Questo territorio della Maiella orientale, dove la viticoltura fu abbandonata dagli anni ’70, sta ora vivendo una rinascita grazie al progetto più ampio “Pe’ nin perde la sumente” (Per non perdere il seme), realizzato in collaborazione con la Banca del Germoplasma del Parco nazionale della Maiella.
Middialonghe: storia di un nome e di un sapore
La denominazione “Middialonghe” deriva, secondo i racconti locali, da un contadino del territorio soprannominato “Emidio il Lungo” che per primo individuò e coltivò questa varietà. L’uva, a bacca rosata con grappolo molto grande e di forma conica, veniva utilizzata anche per produrre il vino cotto, una preparazione tradizionale che ha attraversato i secoli.

Un momento simbolico dell’accordo è stato quando la signora Maria Assunta Candeloro ha fatto assaggiare ai presenti una bottiglia di vino cotto da Middialonghe conservata in casa da oltre 40 anni e ritrovata in un sottoscala. Un assaggio che ha riportato alla memoria sapori dimenticati e ha confermato le potenzialità di questa cultivar unica.
Il futuro del vitigno perduto
L’accordo tra Civitella Messer Raimondo e la Bio Cantina Orsogna fa parte di un progetto più ampio che coinvolge anche i comuni di Lama dei Peligni, Altino e Montenerodomo. La valorizzazione e l’ampliamento della coltivazione di rari e antichi vitigni nelle aree montane e pedemontane della Maiella orientale include varietà come “Ghiuppitte de Mundeneire”, “Middialonghe” e “Uva Dellacea”.
Ora che il germoplasma è stato conservato e fatto salvo, ci sono le condizioni per recuperare le vigne abbandonate e impiantarne di nuove. L’obiettivo è produrre una quantità significativa per un’eventuale commercializzazione di un vino che esprime una storia centenaria.
Il sindaco di Civitella Messer Raimondo, Danilo D’Orazio, ha sottolineato come «le aree cosiddette interne, marginali e periferiche, possano invece riacquistare una centralità: le nostre montagne sono custodi di una straordinaria biodiversità che nelle aree collinari e costiere è stata eliminata».
Il Middialonghe, insieme al tradizionale “sgattone” – una minestra a base di pasta fatta a mano e vino tipica delle famiglie contadine – rappresenta non solo un recupero agricolo ma anche culturale. Un ritorno alle radici che potrebbe ridare vita a territori dimenticati, dimostrando che la modernità può convivere con la tradizione nella tutela della biodiversità.
